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Agatino Scuderi a Todi presenta il suo cd “Evocaciòn”

agatino scuderi

di Benedetta Tintillini

 

La presenza del Maestro Agatino Scuderi a Todi, in occasione di un suo recital, è occasione ghiotta e gradita, per me, per una chiacchierata alla scoperta del suo recente cd “Evocaciòn”, per conoscere un po’ più da vicino l’arte ed il sentire di uno dei nostri più prestigiosi esecutori.

Innanzitutto bentornato, Maestro Scuderi, è un onore averla ancora una volta nella nostra città e godere della sua musica. Per iniziare la nostra chiacchierata ed approfondire la sua conoscenza, non posso non chiederle qual è il suo legame con Todi.

Todi è la storia, la cultura, la musica e soprattutto gli amici nel mondo della chitarra, cosa quanto mai rara e preziosa. Purtroppo la chitarra, e non solo, ma la musica in generale, alcune volte da alla testa, producendo effetti devastanti. Alcuni esecutori, invece di mettersi al servizio della musica, veicolando ed interpretando con la loro sensibilità il sentire dell’autore, desiderano mettersi in competizione con essa, cercando virtuosismi sempre più sfrenati e fini a se stessi, il più delle volte, purtroppo, con esiti infausti e mediocri.

A questo punto la domanda seguente non può essere che questa: cos’è, per lei, la musica?

La musica è la madre di tutto, è un’entità immensa che rappresenta l’infinito. Noi miseri mortali dobbiamo confrontarci con lei consci della nostra piccolezza, e con il rispetto a lei dovuto. Non possiamo credere di poterla superare e farne uno strumento per la nostra vanità. Ciò che si ottiene in questo caso è un’interprete mediocre, incapace di completare l’opera dell’autore ed interpretare l’anima di ogni singolo componimento, ma in grado solo di stravolgerla. Naturalmente ogni interprete deve trovare il genere che è più nelle sue corde, senza il bisogno di voler strafare a tutti i costi. Si può essere virtuosi eseguendo un pezzo facile oppure mediocri eseguendone uno estremamente complesso. La musica non è una gara di virtuosismi, è elevazione, armonia e senso del bello.

Sicuramente l’incontro con un gigante della chitarra come Alirio Diaz, di cui lei è stato allievo, è stata determinante per la sua formazione e per la sua figura di interprete. Possiamo dire, anche in base alla sua formazione, che lei è un interprete prettamente di musica spagnola e sudamericana?

Sono legatissimo a questo tipo di musica, indubbiamente, i miei maestri mi hanno fatto conoscere dei compositori che sono rimasti nel mio cuore, e sicuramente ho subìto la loro influenza. La musica sudamericana mi colpì al cuore già da giovanissimo quando ascoltavo Alirio Diaz nelle sue esecuzioni proverbiali, anche se adoro tutti i generi di musica. Sicuramente anche l’incontro con Brauer, compositore complesso e raffinato, mi ha condizionato nella scelta del mio repertorio. Come tu ben sai eseguo anche compositori come Ginastera e Ponce, per i quali ho un’autentica adorazione.

Naturalmente la scelta del proprio repertorio è dettata non solo dai propri gusti, ma anche dalla predisposizione ed eseguire un tipo di musica piuttosto che un’altra, il tutto, comunque, non disgiunto dal talento.

Succede che alcuni concertisti o esecutori, senza il dono del talento, diventano compositori. Alcune volte con buoni risultati, altre un po’ meno…

Alla sua attività di concertista affianca anche quella di insegnante nella sua città natale, Catania. Tutta la Sicilia, a mio avviso, è una terra d’arte. Dalla teatralità della mimica e delle espressioni, al senso del bello che la pervade. Ma Catania in modo particolare, essendo la patria di Vincenzo Bellini, è una città dove si respira musica…

Ormai da moltissimi anni insegno a Catania infatti, presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini”, appunto. A Catania tutto ruota intorno alla sua figura, perfino la pasta, non dimentichiamo la squisita pasta alla Norma!

Lei è stato quindi allievo ed ora è docente. Vorrei chiederle, alla luce della sua esperienza, un ricordo di Alirio Diaz come insegnante. Cosa è stato per lei e cosa le ha trasmesso?

Diaz era un talento naturale, questo è fuori di dubbio. Ai suoi allievi non ha mai fatto grandi obiezioni sulla tecnica, tranne in casi nei quali proprio un determinato passaggio non riusciva assolutamente. Non aveva preconcetti sulla tecnica, perché nella chitarra, più che in qualsiasi altro strumento, ciò che può essere valido per un allievo può non esserlo per un altro. Il risultato quindi è ciò che conta, sta ad ognuno trovare una sua tecnica personale.

Ma la meraviglia del talento di Alirio Diaz era la sua disponibilità ed accoglienza, non ho mai sentito il Maestro spazientirsi con un allievo o avere parole dure nei confronti di qualcuno. Erano sempre parole di stima e di incoraggiamento, potrei dire quasi di affetto, nei confronti degli allievi in difficoltà. Al massimo, con estremo tatto poteva invitare a suonare brani all’altezza delle proprie capacità.

Riguardo alla didattica, soprattutto a noi chitarristi di un determinato periodo, può essere capitato di incontrare, almeno una volta, insegnanti barricati dietro rigide posizioni. Segovia, per esempio, non ammetteva nessuna deroga, nessuno poteva azzardarsi a cambiare una diteggiatura. Questa didattica, adottata anche da altri docenti, chiamata Segovianesimo, non so se sia stata un bene o abbia ritardato la diffusione della teoria strumentale di Carlevaro, a mio parere assolutamente geniale.

Anche Carlevaro fu allievo di Segovia, ed io credo che la sua sia l’evoluzione naturale della tecnica del suo maestro. Aveva creato una tecnica che evitasse di produrre esecutori  fatti “con lo stampino”, tutti simili ed impersonali, dava degli input, poi ognuno doveva creare la propria tecnica personale, dalla postura, al modo di tenere la chitarra, alla forma delle unghie e quant’altro.

Una curiosità da profana, Maestro Scuderi: l’allievo tende a sviluppare la propria personalità artistica contemporaneamente alla tecnica, oppure bisogna prima avere una certa sicurezza sulla tecnica per poi concedersi un’interpretazione ed un’esecuzione più personale?

Sicuramente c’è un momento iniziale nel quale bisogna appropriarsi di alcune tecniche di base. Un primo momento di formazione dopo il quale, una volta acquisiti gli strumenti necessari, l’alunno potrà cominciare a interpretare con più personalità i brani. Tale interpretazione, naturalmente, deve essere sostenuta da studi approfonditi, dalla conoscenza della forma, dallo studio di elementi di composizione. Tutto ciò permette di dare la giusta enfasi ai diversi momenti del componimento, sottolineando le diverse atmosfere ed non omologando la velocità per tutta la durata del pezzo.

Il recital presentato a Todi, come abbiamo già accennato, ha proposto brani presenti nel suo cd, dal titolo ”Evocation”, cosa ha dettato la scelta dei brani e dei compositori?

Il cd “Evocation” è stato prodotto da Guitart ed è, indubbiamente, un omaggio alla figura del mio grande maestro, Alirio Diaz. I brani che comprende evocano (da qui il titolo) la mia vita di studente e allievo di Diaz. Sono brani che ho eseguito moltissime volte durante la mia lunga carriera, ma il fatto che questo cd sia live, ritengo che conferisca un ulteriore valore aggiunto dal punto di vista artistico. Il fatto di non eseguire i brani in solitudine dentro uno studio di registrazione, ma di avere un pubblico con cui entrare in empatia, sentirne le vibrazioni e le reazioni, riceverne energia positiva ed entusiasmo non può che essere di estremo beneficio per l’esecutore e per la riuscita del pezzo.

Qualche parola sui compositori scelti…

Il valenciano Francisco Tarrega perché popolare, romantico e nobile al tempo stesso. E’ stato uno dei massimi rappresentanti del post romanticismo europeo; perfino nei componimenti di poche righe riesce a creare un’atmosfera veramente unica.

Antonio Lauro, venezuelano come Diaz ma di origini italiane, calabrese di Locri, per la precisione, è stato un compositore conosciutissimo, anche grazie alla profonda amicizia e stima che legava i due musicisti, amicizia tanto profonda da renderli imprescindibili uno dall’altro. Diaz ha sempre eseguito, in modo ineguagliabile, portandoli in tutte le platee del mondo, e fino alla fine della sua carriera, i componimenti di Lauro, in sua memoria, come gesto di immenso affetto.

Diaz fu poi allievo di Segovia a cui è legata la sonatina di Torroba…

E’ chiaro quindi che le mie scelte, a loro volta, sono dettate dall’affetto verso il mio Maestro. Come i brani di Barrios che lui suonava in modo assolutamente meraviglioso. Ben dieci sono i pezzi di Barrios nel cd, e la sua figura è legata a Diaz anche attraverso Raoul Borges, primo maestro di chitarra di Diaz nonché amico ed esecutore di Barrios. Sicuramente sono brani molto noti, ma a tutti sono legato in modo speciale, e non avrei potuto prescindere da nessuno di essi, pensando ad un omaggio al mio grande Maestro.

In conclusione della nostra interessantissima e piacevole conversazione, c’è qualcosa che si sente di aggiungere?

Si, una cosa soltanto. Un desiderio. Vorrei profondamente che la chitarra possa sempre andare avanti, che mantenesse la sua immagine di sempre maggiore integrità. Questo più di altri strumenti subisce contaminazioni di tutti i generi, non so se per le prerogative dello strumento o per colpa degli artisti. Oggi più che mai è inevitabile che qualche chitarrista esegua brani pop, flamenco o trascriva canzoncine di basso livello. Ma tutto ciò non fa bene alla chitarra. Il livello artistico di uno strumento, come dice Gilardino, deve essere tenuto alto soprattutto attraverso il suo repertorio. E’ questo che fa la differenza.

E questo è stato anche uno dei motivi del successo del grande Segovia. Lui non si è mai abbassato ad eseguire brani mediocri, ma ha sempre selezionato, in base ai suoi gusti, ovviamente, musica nuova proponendo autori nuovi ed ampliando il repertorio.

Molte composizioni giacciono misconosciute a discapito di brani più “di moda”, diventati tali vuoi perché graditi dal pubblico, vuoi perché eseguiti da qualche grande musicista. Ma la grandezza di uno strumento, ribadisco è dettata dalla vastità ed il livello del suo repertorio.

La chitarra è quindi penalizzata come strumento?

Più che penalizzata viene fraintesa. Non si può pensare di portare la chitarra classica nei pub ed adeguare le proposte ai gusti del pubblico. Oggi il repertorio c’è, e va suonato.

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