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Federico II in Umbria: la nuova scoperta di Carlo Bizzarri

federico ii in umbria

di Katia Cola

Scriveva Marcel Proust: « Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi». Ed è proprio cosi. Un guardare che va oltre il vivere il locus nel tran tran quotidiano. Un vedere attento, ricercante, scandagliante. Una tensione che svetta verso un incondizionato amore per il sapere e la ricerca; una passione per l’arte e la storia tout court che rifugge la superficialità per approdare verso una conoscenza, esente da accademiche fisionomie ed indiscusso fertile humus per edificante sapere.

Tutto questo è l’opera del Professor Carlo Bizzarri “Federico II in Umbria. Damnatio Memoriae. La lunetta della chiesa di San Bartolomeo a Montecchio di Giano dell’Umbria”. Un libro le cui dimensioni sono inversamente proporzionali alla sua grandezza storico- culturale; un volume che ha aperto nuovi orizzonti nello scenario della storia, dell’arte e della cultura made in Umbria che sconfina oltre il cuore verde d’Italia per approdare nelle terre del sapere; una ricerca che è proficuo fil rouge della conoscenza; la scoperta, quasi casuale, di chi con i proustiani «nuovi occhi» ha visto l’invisibile ai più.

“Federico II in Umbria. Damnatio Memorie. La lunetta della chiesa di San Bartolomeo a Montecchio di Giano dell’Umbria” è anche il titolo della presentazione tenutasi lo scorso sabato 29 dicembre presso il Centro Sociale Anziani “San Gaspare” di Bastardo. Nel corso dell’interessante appuntamento, il Professor Carlo Bizzarri ha presentato la sua pubblicazione e l’omonimo video incantando i presenti con la sua affascinante scoperta.

«E’ accaduto tutto per caso. Come succede per le più grandi scoperte. Io, uomo di assisani natali, non conoscevo minimamente queste zone dell’Umbria fino a quando non ebbi l’incarico dal Comune di Giano dell’Umbria di creare un portale turistico. Per ovviare a tale compito cominciai a visitare pedissequamente la zona ed arrivato a Montecchio di Giano, all’ingresso della pieve di San Bartolomeo, attirò la mia attenzione una lunetta scolpita a basso rilievo da lì, dal certosino studio di quel manufatto… stupor mundis. Da li è iniziato tutto», queste le parole di ouverture con cui il Professor Bizzarri ha alzato il sipario sulla presentazione.

«…nel prospetto lunettato è un’interessantissima scultura, purtroppo molto danneggiata dalle intemperie, recante la data 1227 e rappresentante, al centro, una figura umana reggente con la mano destra il giglio guelfo; sotto la mano reggente il giglio è un pavone e, spostato sulla destra un leone; alle due estremità della lunetta sono due personaggi inchinati in atto di riverenza» cosi scrivono in Itinerari Spoletini del 1978 gli storici Nessi e Ceccaroni analizzando il bassorilievo della lunetta.

«Ad un attento esame del manufatto è possibile avanzare un’interpretazione inedita dell’iconografica nel contesto storico– politico della rappresentazione» ha dichiarato il Professor Bizzarri, aggiungendo che «sull’architrave vi è la scritta A(n)NO D(omi)NI MCCXXIII – I(n)DIC(tione) XI T(empore) ON(orii) III P(a)P(e) cioè nell’anno del Signore 1223 indizione undicesima al tempo di Onorio III Papa. Siamo quindi nel 1223 e non come scrivono i due storici nel 1227». Nella ghiera circostante c’è la scritta “ALFA E Ω” con al centro una croce patente ed in fondo a destra svetta la sigla “M.AG”, firma dello scultore identificabile con un certo Magister Augustinus.

Quattro sono le figure umane scolpite nella lunetta rispettivamente due femminili a sinistra e due maschili a destra. Al centro, di dimensioni maggiori rispetto alle due figure laterali la prima coppia uomo- donna incoronati. La coppia regge un giglio/scettro. In basso al centro della lunetta è scolpito un inusuale uccello. Ai lati della coppia è raffigurata l’immagine di una donna genuflessa e coronata che tende la mani verso la domina, cui dall’altro lato si contrappone, una figura maschile, anch’essa genuflessa e prona, il braccio destro dietro le reni a mo’ di gesto cortese e l’altro teso verso il Signore, sul capo una corona a placche. «Secondo la nostra ipotesi, la presenza dell’uccello, munito di possenti zampe con artigli, lunga coda e becco adunco, che lo connotano come rapace, insieme al giglio sono evidenti simboli iconografici che rivelano una rara raffigurazione di Federico II di Svevia Imperatore eletto a Roma il 22 novembre del 1220 divenuto vedovo della moglie Costanza d’Aragona nel 1222. La donna che sorregge il giglio/ scettro è la madre Costanza d’Altavilla dalla quale Federico aveva ereditato i diritti di successione del Regno di Sicilia e sulla Normannia o Normandia cioè quel Territorio Martano, di cui facevano parte i castelli di Macciano, Clarignano, Colle del Marchese, Morcicchia, Moriano, Castagnola, Montecchio e Giano, così denominato dagli storici poiché qui si insediarono le popolazioni normanne giunte in Italia nell’XI secolo» ha spiegato il Professore Bizzarri.

Nell’interpretazione del Bizzarri le figure ossequianti laterali possono essere identificate con il Duca di Spoleto Rainaldo o Bertolo di Urslingen e la sorella Adelaide probabili committenti dell’opera al fine di un’aspettativa matrimoniale tra Federico ed Adelaide. Sulla scorta di tale interpretazione iconografica il Bizzarri imputa la cancellazione del rilievo non tanto all’azione del tempo quanto ad una precisa volontà di damnatio memoriae volta a rendere illeggibile l’originario significato. «Questo elemento risulta determinante nella risoluzione dell’enigma iconografico qui affrontato alla luce degli avvenimenti politici conseguenti alla VI crociata e alla scomunica papale comminata da papa Gregorio IX. La contro-crociata condotta da Giovanni di Brienne porta alla rioccupazione di tutti quei territori sui quali il papa rivendicava la sovranità assoluta. Pertanto Giovanni, la cui figlia moglie di Federico era morta dando alla luce Corrado, potrebbe aver commissionato il danneggiamento di alcune parti del bassorilievo della lunetta che consacrava Federico II erede della Normannia, figlioccio dei Duchi di Spoleto e Puer Umbriae» ha concluso il Pofessor Bizzarri.

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