Francesco Baccini: meglio un artista oggi… che un mito domani!

francesco baccini

di Benedetta Tintillini

 

Lo spettacolo “Un riflettore per 2”, con Francesco Baccini e Sergio Caputo, farà tappa a Perugia, al Teatro Morlacchi, il prossimo 16 Novembre nell’ambito degli eventi dell’Associazione Umbra Canzone e Musica d’Autore.

Francesco Baccini, per i più giovani che non hanno avuto l’opportunità di vivere i “rampanti” anni ’80, è un cantautore genovese dalla vena ironica ed al tempo stesso malinconica, musicista vero, profondamente schietto e sincero, al punto da aver pagato, sulla sua pelle, il prezzo della sua indipendenza intellettuale.

Francesco, finalmente in Umbria!

Si, finalmente in Umbria, non so per quale motivo, in effetti, l’Umbria sia una regione che frequento di rado. Il mio nome è l’unico legame con questa terra, scelto dai miei genitori a seguito di un voto, per il loro forte desiderio di avere un figlio.

Raccontami qual è il tuo rapporto con la musica, soprattutto come è nato, sappiamo che hai lavorato come camallo a Genova, ma in che modo la musica ha cambiato la tua vita?

Il mio amore per la musica è nato per gioco, nel vero senso della parola: ad otto anni ricevei, come regalo di Natale, un organo della Bontempi ed iniziai a passarci le giornate. La mia era una famiglia di umili origini, mia madre casalinga e mio padre scaricatore al porto, ma vedendo quanto quel gioco mi appassionasse fece ogni tipo di sacrificio per acquistare un pianoforte e pagarmi le lezioni. In quegli anni il pianoforte era considerato uno strumento per ceti elevati, e puoi comprendere lo stupore dei vicini e degli amici quando mi consegnarono a casa lo strumento! I miei amici, affascinati, mi chiedevano di quando in quando il permesso di pigiare i tasti…

La morte di mio padre, in seguito, mi costrinse ad accollarmi la responsabilità della mia famiglia e lavorai come camallo per ben otto anni, poi decisi di cambiare una vita che sembrava ormai incanalata, nonostante la mia infelicità e la mia voglia di fare musica.

Vorrei far sottolineare questo concetto che hai appena espresso: la vita, con la volontà, può riservare delle sorprese e dei cambiamenti, ma ci vuole molto coraggio…

Vero, io ho preso la mia vita in mano e l’ho stravolta totalmente mettendo tutto a rischio. Mi sono licenziato dal mio lavoro sicuro e molto ben pagato, ho lasciato la liquidazione alla mia famiglia e sono partito di nascosto per Milano. Ho passato le notti in macchina mentre il giorno giravo per le case discografiche costringendoli ad ascoltarmi. La prima a cui mi rivolsi fu Mara Maionchi, poi via via fino a Caterina Caselli che mi mise sotto contratto. Devo però dire che, senza l’intervento di Vincenzo Mollica, non avrei mai fatto un disco, neanche con lei, tutti rifiutavano la mia ironia dicendomi che non faceva vendere.

Invece l’ironia ha funzionato, e nell’89 è uscito l’album “Cartoons” decretando il tuo enorme successo, dopo qualche anno però, la tua popolarità è calata drasticamente…

Certo, ho fatto “Nomi e cognomi”… è il titolo del mio terzo album, il cui primo singolo si intitolava “Giulio Andreotti” seguito poi da un ancora più pruriginoso “Renato Curcio”. Da quel momento tutti hanno capito che non avrei fatto il gioco di nessuno e che non sarei stato in alcun modo ricattabile, non mi sarei mai sottomesso alle lobby di potere e per nulla al mondo avrei rinunciato alla mia libertà. Andreotti, da scaltro uomo politico, mi fece i complimenti, ma da quel giorno, per dieci anni, non sono stato più invitato in Rai e le mie canzoni non passavano più in radio, in poche parole non “esistevo” più. Ma se mi cacciano dalla porta io rientro dalla finestra… ed eccomi qui, ma non illudiamoci, la censura in Rai esiste ancora oggi: alcune canzoni, come “Cara Maestra” di Luigi Tenco ad esempio, sono ancora tabù.

E’ da tempo che non esci con un nuovo cd, hai un progetto in merito?

Assolutamente no, con la tecnologia ed i soldi a disposizione in questo mondo tutti possono fare tutto. Chi non sa suonare o cantare può fare un cd, chi non sa scrivere può firmare libri e via dicendo, a me non interessa. La musica è gratis, scaricabile da internet, ed i giovani artisti, per avere successo immediato sono soltanto riproduzioni di cose già viste. La televisione ed i network radiofonici non sono altro che contenitori di pubblicità, quindi chi paga è visibile ed ascoltabile, a discapito di chi realmente merita. La chiamo la dittatura soft della mediocrità. Chi vuole ascoltarmi può venire alle mie serate, è nell’esecuzione dal vivo che ogni artista dimostra il suo vero valore.

E’ stretto il tuo rapporto di artista con l’attualità ed il sociale, ormai sono imminenti le elezioni negli Stati Uniti, qual è la tua opinione a riguardo?

Sappiamo bene che l’Italia è una colonia americana, gli italiani affollano i McDonald’s nonostante la nostra tradizione gastronomica, credo che quella rappresentata in queste settimane tra Trump e la Clinton non sia altro che una farsa. Trump è un candidato talmente improbabile che porta a legittimare la vittoria di una Clinton tutt’altro che specchiata. La vittoria della Clinton poi, condurrà a qualcosa di drammatico credo, in primis sullo scenario siriano.

Anche a casa nostra presto si voterà, posso chiederti come voterai al referendum?

Certo, io ritengo che la Costituzione sia sufficiente così come l’hanno concepita i padri costituenti e che quindi non abbia bisogno di alcuna modifica, mi stupisce la posizione di alcuni esponenti della cultura italiana che fino a poco tempo fa hanno fatto della Costituzione l’oggetto di uno spettacolo esaltandone la perfezione ed ora premono per cambiarla.

Torniamo alla musica: quali sono stati i tuoi idoli musicali?

Devo dire di essere stato molto fortunato, i miei idoli li ho tutti conosciuti, instaurando profonde amicizie che hanno portato anche a collaborazioni: mi riferisco a Fabrizio De André, con il quale ho inciso “Genova Blues”, Enzo Jannacci con cui ho cantato “Canzone in allegria” ed infine, Sergio Caputo.

E tu, ti senti un idolo a tua volta?

Io mi reputo un artista, una persona che vive di musica e trasmette in essa il proprio vissuto, senza bluffare e prendendosene tutti i rischi. Credo di aver creato un mio stile personale difficilmente replicabile ed è questo che mi contraddistingue. In qualche modo sono convinto che, fra cent’anni, anch’io sarò rivalutato, come è successo per Rino Gaetano, per esempio, o Luigi Tenco, lo affermo senza falsa modestia, sono convinto che la mia coerenza paghi, ora come in futuro.

Sergio Caputo quindi era il tuo idolo? Come è nata la vostra collaborazione?

Assolutamente sì. Era un mio idolo, era il periodo in cui adoravo lo swing e cantavo le sue canzoni quando lavoravo al porto, soprattutto “Sabato italiano”. Io e Sergio, pur facendo parte della stessa casa discografica, all’epoca dei nostri maggiori successi, non ci siamo mai incrociati. Un anno e mezzo fa mi contattò proponendomi di fare qualcosa insieme, da lì siamo entrati in sintonia ed è nata la nostra amicizia, che è fondamentale anche ai fini della sintonia sul palco.

Parlami dello spettacolo che state portando in giro: “Un riflettore per due”

Lo spettacolo è un excursus nella storia italiana che coincide poi con la nostra storia attraverso le nostre canzoni, che sono poi brani di vita, della vita di tutti noi. Non c’è nulla di più evocativo della musica, ascoltando un brano si viene riproiettati nel passato, addirittura ritrovandone gli stati d’animo e le sensazioni. Sarà un bel viaggio nella memoria e nella musica.

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