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L’equilibrio delle parole nella poesia di Martina Pazzi

martina pazzi

Bruno Mohorovich presenta la raccolta di poesie “Mancati acrobati” di Martina Pazzi.

 

Che la vita richieda equilibrio, è un dato di fatto. Però occorre saperla non solo vivere ma accettare. Oscilliamo ogni giorno nei dubbi, nelle incertezze, nelle insicurezze e questo ci dà sicuramente quello che mai vorremmo: squilibrio. Ma è sicuro che nello squilibrio viviamo male? O è proprio da esso che impariamo ad affrontare i mille quesiti che la vita ci pone quotidianamente? Un grande maestro diceva: “Prima cosa che devi fare, non essere mai ossessionato dalla ricerca dell’equilibrio. Mai. Non preoccuparti dell’equilibrio, preoccupati sempre di cercare lo squilibrio. Perché il tuo grande maestro è lo squilibrio.” E ritengo che proprio attraverso questo  riconoscimento, abbia valore l’equilibrio che  porta a conoscere il bene e il male, l’amore e il dolore, il successo e il fallimento: sono opposti che bisogna accettare, vivere e soprattutto saperli – se non superare – dribblare. Certo, la tentazione di fermarsi, restare lì in bilico che qualcosa avvenga o qualcuno sopraggiunga non può essere una soluzione, non lo è stasi; lo è semmai il mutamento, la ricerca del cambiamento, perché l’equilibrio è una continua incessante trasformazione. E la bellezza dell’equilibrio sta in questo: avere molto rispetto dello squilibrio. La sofferenza è il più grande ed inatteso e mai voluto segnale di squilibrio, ma quanto si impara da essa? Quanto, in tale non cercata circostanza ci accorgiamo del vero senso della nostra esistenza?

Ecco, la raccolta di Martina Pazzi “ Mancati acrobati” (Bertoni Editore), ed accompagnata dalle illustrazioni di Sandro Natalini che introduce ogni sezione dell’opera,va in questo senso.

In un susseguirsi di suggestioni sul filo di emozioni vissute e provate, senza abbandonarsi a facili e stonati lirismi, l’autrice tesse una serie di orditi che annoda in brevi componimenti che vanno alla fine a ricomporre una tela dove la parola si sposa con una timbrica musicale mai aggressiva, magari intensa ma al contempo lieve, leggera; una parola che si carezza di immagini vere, vissute, colte nel proprio intimo (“…e poi racconterò di me/ degli occhi chiusi/ a serrare le lacrime[…]”) e al di fuori (“Rotolano gli occhi/sulle steppe/all’ombra violacea/di lavande selvatiche[…]”).

Innegabilmente c’è amarezza nei suoi versi, un fiume non impetuoso che imperversa nella valle del suo Io e che s’interroga sul rinvenimento della propria coscienza. E lo fa specchiandosi in un continuo gioco di rimandi “mio – tuo”, “suo – mio” quasi a volersi scomporre per poi ricomporre l’immagine di un altro fuori da sé; una partita che pare giocare da sola, pur consapevole che quello specchio in cui riflette e si riflette, sarà solo una eco delle sue proposizioni. Che divengono ancora parola; un verbo che si infrange e rifrange alla ricerca della sua purezza, in un incessante tentativo di darsi colore, di farsi azione(“Ascolta parole concentriche/come echi vicini[…]”).

E sono le mani che la tracciano, mani che segnano la valenza della scrittura ma che finiscono coll’essere rappresentazione ambivalente di azione/reazione nei rapporti che intrecciano col mondo interiore/esteriore dalle quali scaturiscono provvide energie e speranze (“mani di sale/ nutrono semi[…]”); che non hanno bisogno di parole, pur essendo loro vergatrici ora effimere ora durevoli, laddove tracciano rimpianti d’una terra madre/matrigna, amore filiale e mescolano colori vividi d’amplessi.  Mani e frammenti di parole che esalano il loro respiro nella voce, un’invocazione (“[…] a che vale, la voce/se non si può parlare?[…]”) là dove il silenzio si sgrana, diventa insopportabile alla ricerca d’un altro io cui far giungere le trame del proprio destino; ancora viaggi, fuori e dentro di sé che danno la percezione d’un alcunché di nuovo d’assaporare: fragori,odori,afrori che si disperdono, questa volta sì, nella rabbia d’un amore che non trova soluzione se non nella irruenza e nella foga d’un rapporto che neanche nel sesso riesce a trovare appagamento, o forse è proprio in esso che la nostra incanala le ultime energie nella fede d’un ripensamento che è tradimento, di certo non fisico ma di accettazione dell’altra in quanto donna.

Il disinnamoramento ferisce anche la parola sintesi d’una relazione annullata, sbarrata e che diviene poesia essa stessa, invano cerca una continuità nella chimera di orme sulla sabbia; parole esse stesse destinate a soccombere ed a trasmutarsi in altro. Se non fosse per quell’impavido respiro che permea la Pazzi; un alone che si manta di danza, laddove gli strumenti ch’ella suona le offrono il giusto spartito dove mai incerte disegna note, conscia pur nel suo precario equilibrio – che poi tale non è – che la vita va attraversata.

Bruno Mohorovich

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