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Medicina: dagli USA l’identikit della placca più insidiosa per il cuore

malattie cardiache cuore

Una nuova ricerca sulle placche arteriosclerotiche mette in luce il ruolo, finora rimasto un po’ nell’ombra, di un insidioso nemico del cuore. In genere infatti, spiegano dall’Acc 2017 che si è chiuso a Washington i ricercatori dell’Intermountain Medical Center Heart Institute di Salt Lake City, si riteneva che le placche ‘molli’ presenti nelle arterie fossero più a rischio di rottura e, quindi, principali ‘colpevoli’ nel provocare un attacco cardiaco. Ma questa idea potrebbe essere sbagliata. “Sulla base delle nostre ricerche è invece la placca più calcificata”, e dunque più ‘dura’, “ad essere associata ad eventi avversi cardiovascolari”, spiega Brent Muhlstein, autore dello studio che ha tracciato l’identikit della placca più pericolosa.

I ricercatori del suo team, insieme a colleghi della Johns Hopkins e dei National Institutes of Health, hanno ‘guardato’ all’interno dei vasi analizzando la composizione delle placche di 224 pazienti con diabete, ma senza sintomi cardiovascolari. I pazienti sono stati seguiti in media per 7 anni, per vedere se la composizione delle placche fosse utile a prevedere il rischio di un evento cardiovascolare. Con un esame ad hoc, i ricercatori hanno diviso il gruppo in base alla presenza e alla proporzione nelle loro coronarie di placche molli, calcificate e fibrose, confrontando poi questo elemento con il futuro rischio di angina instabile, attacco cardiaco o morte. Ebbene, sorprendentemente per i ricercatori un’elevata presenza di placche calcificate si è rivelata associata al rischio di eventi cardiovascolari maggiori. Al contrario di quanto è accaduto con le placche ‘molli’. Ulteriori studi sono necessari per confermare questo risultato, che però secondo gli studiosi potrebbe aprire la strada a un cambio di paradigma. “Vogliamo condurre altri studi, anche per capire perché lo ‘score’ di placche calcificate è così predittivo”, spiegano. Non solo: comprendere appieno questo elemento potrebbe rivelarsi utile per un trattamento ancor più mirato ed efficace dei pazienti ritenuti più a rischio.

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