Il Brecht della Bonelli al Todi Festival 2015, impietoso specchio del terzo millennio

elena bonelli interpreta brecht

Originale riproposizione delle canzoni di Bertolt Brecht, nell’ambito dell’edizione 2015 del Todi Festival. Elena Bonelli offre al pubblico una generosissima e personale interpretazione.

 

Spoglia è la scena. Spoglia come nuda e misera è la condizione umana. Un non luogo sospeso nel tempo, nel quale ci si sente, come effettivamente è, spettatori e non attori.

Addolorati e consapevoli degli orrori del regime nazista, di cui Brecht ha narrato e che ci accingiamo ad ascoltare, sollevati ci culliamo nella nostra fortuna: stiamo vivendo il più lungo periodo di pace che il nostro continente abbia mai conosciuto.

Pile di quotidiani disposti qua e là sul palcoscenico ci riconducono alla nostra contemporaneità. Il “non luogo” diventa “ovunque” ed il tempo sospeso diventa “sempre”.

Lo spirito critico che Brecht tendeva a sollecitare nello spettatore attraverso lo straniamento, secondo lui unico modo per stimolare una lucida analisi e la condanna di quanto rappresentato in scena, il distacco, tra spettatore e opera rappresentata, non sono, però, parte del Brecht presentato da Elena Bonelli.

Invitata, con felicissima intuizione dal direttore artistico Silvano Spada, a tornare al Todi Festival, la Bonelli propone un’interpretazione del tutto personale dell’opera dello scrittore tedesco, seppure testimonianza emblematica di un’epoca storica ben precisa.

La forte presenza scenica dell’attrice riempie lo spazio. Ogni canzone è preceduta dalla lettura di uno stralcio di articolo di giornale, a sottolineare la stringente attualità dei temi trattati, con la complice presenza di Cinzia Gangarella al pianoforte, per le musiche di Kurt Weil, e la regia di Patrick Rossi Gastaldi.

La forza interpretativa di Elena Bonelli e la sua versatilità rendono vivi e presenti, pur senza ausilio alcuno di oggetti o abiti di scena, i personaggi (o, per meglio dire, le persone) ritratti nelle canzoni di Brecht, ognuna col suo doloroso bagaglio di esperienze, di errori o di orrori.

Da “La ballata vivificante della potenza del denaro”, che sembra scritta per la situazione economica greca, a “La moglie ebrea”, per la quale è fin troppo facile trovare analogie nell’attualità, e le cui parole sono rivolte guardando dritto negli occhi ognuno di noi: “ma che razza di uomini siete se permettete che dei semi-selvaggi vi ordinino di cambiare il mondo? Siete dei mostri, dei leccapiedi di mostri, che è anche peggio… a che serve la ragione in un mondo simile?… e non parliamo di disgrazia, parliamo di VERGOGNA…”; a “La ballata di Jackob Apfelboeck”, manifesto del disagio e della mancanza più totale di valori di riferimento, fino a “Nanna’s Lied”, che sembra scritta per le giovani, immigrate e non, avviate al mercato dell’amore.

Che dire poi de “La ballata della schiavitù sessuale”, sembra che Brecht abbia conosciuto alcuni protagonisti della nostra scena politica (e non solo) contemporanea, o, più probabilmente e tristemente, che la storia sempre, inesorabilmente, si ripeta.

Ben lungi dal distacco ricercato dall’autore, la Bonelli, in un crescendo di coinvolgimento emotivo, ci afferra e ci costringere a guardare la realtà, ci sbatte in faccia copie di giornale che lancia dentro e fuori scena, continuando impietosamente ad elencare i tanti, troppi, episodi che tutti i giorni si ripetono, sintomo della stessa intolleranza, dello stesso senso di superiorità, della stessa paura di chi è diverso, che hanno prodotto quanto di più brutto ed esecrabile ha contraddistinto il secolo appena passato.

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare. (B. Brecht) “

Crudelmente ci mette di fronte ad uno specchio, nel quale tutti siamo costretti a riconoscerci, e dove anche la persona più virtuosa è costretta a dirsi colpevole del più grave di tutti i peccati: l’indifferenza.

di Benedetta Tintillini

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