Dal 12 marzo 2026 alla Palestra Grande di Pompei una mostra permanente racconta l’eruzione del 79 d.C. attraverso i celebri calchi delle vittime e reperti organici unici.
Dal 12 marzo 2026 gli scavi di Pompei ospitano un nuovo e potente racconto della tragedia che segnò per sempre la città vesuviana. Nella Palestra Grande, di fronte all’anfiteatro dell’antica città romana, apre al pubblico un allestimento permanente dedicato ai calchi delle vittime dell’eruzione del 79 d.C., una delle testimonianze più intense e commoventi della storia antica.
Il nuovo percorso museale si propone come un vero e proprio memoriale, capace di restituire dignità e voce alle persone che persero la vita durante la devastante eruzione del Vesuvio. Attraverso reperti, contenuti multimediali e una selezione di calchi straordinariamente conservati, il visitatore viene accompagnato nella ricostruzione scientifica e umana di quei drammatici momenti.
Le parole dello scrittore Luigi Settembrini descrivono con forza la potenza emotiva di queste testimonianze: “Non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne… è il dolore della morte che riacquista corpo e figura”. Una sensazione che ritorna anche nella poesia La bambina di Pompei di Primo Levi, dove i calchi diventano “agonia senza fine, terribile testimonianza”.
Un’esposizione unica con 22 calchi delle vittime
L’esposizione riunisce per la prima volta 22 calchi selezionati tra i più leggibili e meglio conservati tra quelli rinvenuti nel sito archeologico. Si tratta di uomini, donne e bambini sorpresi dall’eruzione mentre cercavano rifugio nelle case o tentavano disperatamente la fuga lungo le strade che conducevano fuori dalla città.
Dal XIX secolo a Pompei sono stati realizzati circa cento calchi, ma raramente un numero così ampio è stato presentato insieme in un unico percorso espositivo. La mostra li colloca in relazione con il contesto di provenienza: dalle domus del centro urbano alle porte della città, dove molti abitanti cercarono invano la salvezza.
L’origine dei calchi: un’invenzione archeologica rivoluzionaria
Il fenomeno dei calchi nasce dalle particolari condizioni create dall’eruzione. Durante la seconda fase dell’evento, una corrente piroclastica di cenere incandescente avvolse la città, seppellendo i corpi degli abitanti. Con il passare dei secoli, i materiali organici si decomposero, lasciando cavità all’interno della cenere solidificata.
Nel 1863 l’archeologo Giuseppe Fiorelli ebbe l’intuizione di colmare questi vuoti con gesso liquido. Una volta indurito e liberato dalla cenere, il gesso restituiva la forma esatta delle vittime nell’ultimo istante della loro vita, spesso con le ossa ancora visibili all’interno.
Questa tecnica ha trasformato Pompei in un sito unico al mondo, capace di restituire non solo edifici e oggetti, ma anche i gesti e le espressioni di chi visse l’ultima drammatica giornata della città.
Un percorso tra scienza, memoria e accessibilità
L’esposizione si sviluppa nei portici nord e sud della Palestra Grande. Il braccio meridionale è dedicato alla vulcanologia e alla dinamica dell’eruzione del 79 d.C., illustrata attraverso un video immersivo e la ricostruzione di una colonna di circa quattro metri di ceneri e lapilli, il materiale che seppellì la città.
Una sezione speciale è riservata ai reperti organici — piante, animali e alimenti — che raccontano il rapporto tra gli abitanti e l’ambiente naturale.
Nel portico nord si trova invece il cuore emotivo della mostra: la sezione dedicata ai resti umani. Qui i visitatori incontrano i calchi delle vittime, presentati con grande rispetto e accompagnati da fotografie d’archivio, ricostruzioni scientifiche e immagini ottenute tramite TAC che rivelano la struttura interna dei calchi.
Particolare attenzione è stata riservata all’accessibilità: il percorso include video in lingua dei segni, contenuti audio, strumenti di comunicazione aumentativa e modellini tattili con testi in braille.
Un memoriale sulla fragilità della vita
Come ha sottolineato il direttore del Parco archeologico, Gabriel Zuchtriegel, i calchi “non sono reperti, non sono statue e non sono opere d’arte”. Sono piuttosto uno specchio dell’umanità: la testimonianza concreta della fragilità della vita di fronte alla forza della natura.
Il nuovo allestimento invita così a un incontro rispettoso con le vittime della tragedia, trasformando la visita in un’esperienza di memoria e riflessione. Un percorso che ricorda come la vita, proprio nella sua precarietà, sia anche straordinariamente preziosa.
