Enologica 2018 tra vino ed arte con la mostra “Capolavori del trecento”

enologica 2018 mostra

di Katia Cola

 

Non solo calici di vino ma anche tanta cultura ed arte nella Ringhiera dell’Umbria in occasione di Enologica 2018. Un’infinita gamma di sapori, di tonalità e sfumature cromatiche: è questo il leitmotiv del ricco cartellone d’eventi della kermesse di sua maestà il Sagrantino dedicata ai wine lovers. Tra degustazioni, cooking show, laboratori del gusto anche per i più piccoli, incontri sull’abbinamento cibo-vino, convegni, dibattiti, musica dal vivo e tour per conoscere Montefalco e le meraviglie che la circondano, un posto d’eccellenza è riservato anche all’arte con un parterre di mostre, emblema di quel felice incontro tra ars tout court e ars vinifica, che inevitabilmente sfocia in un’emozione sia per gli occhi che per il palato.

“Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino”: non è una semplice mostra d’arte, ma un affascinante viaggio nella Montefalco trecentesca e rinascimentale immersi nella suggestiva cornice della chiesa di San Francesco che, per l’occasione, ha “indossato” le antiche fisionomiche vestigia e grazie alla quale alcune celeberrime opere del Trecento, che furono razziate dalle truppe napoleoniche per poi finire nella Pinacoteca Vaticana, sono momentaneamente tornate nella loro città natia.

L’arte del  Trecento a Montefalco, Trevi, Spoleto e nella Valnerina è caratterizzata da un excursus storico sui generis, che parte dalla grande rivoluzione di Giotto ad Assisi per giungere ad una fisionomia autonoma con leggi proprie. E’ una storia artistica fatta di grandi anonimi, di personalità su cui gli archivi non hanno ancora restituito l’identità storica, ma che hanno saputo ergersi ad altissimi livelli di qualità, basti pensare al Maestro di Cesi ed al Maestro di Fossa che operarono a Montefalco donandogli straordinari capolavori.

Un’arte caratterizzata dalla loquace volontà narrativa delle immagini che hanno come principale soggetto i racconti sulla vita di Cristo, della Vergine e dei Santi. Una storia artistica fatta non solo di pittura ma anche di scultura lignea che con quella dialoga per la creazione delle forme intagliate tanto da far ritenere che, in questa zona del bel paese, lo scultore ed il pittore siano la medesima persona.

Un Trecento, quello del cuore verde d’Italia, ricco e cromaticamente sfarzoso con un’abbondante profusione di oro ed argento, emblemi della dinamicità della società in contatto con i più grandi centri artistici del tempo. Un’aurea grandezza chiaramente espressa dal superbo polittico “Crocifissione e storie della passione” opera attribuita al Maestro di Fossa. L’opera, nata per la chiesa di San Francesco a Montefalco, è attualmente custodita e visibile nei Musei Vaticani. La fonte iconografica dell’opera è da individuare nelle “Meditationes vitae Christi”, un codice francescano dove i momenti della Passione sono narrati con vivo realismo. La tipologia del polittico è tempera su tavola, quest’ultima richiede una preparazione molto lunga, basti pensare che la tavola è protetta da ben otto strati di gesso e colla oltre all’utilizzo dell’uovo per sciogliere il colore, al fine di rendere impermeabile la tavola senza deteriorare il gesso e donare, al contempo, brillantezza. Una particolarità dell’opera è la presenza dell’oro ottenuto dal battitore riducendo in polvere le monete.

Cellino Cellini fornisce indicazioni su come apporre l’oro sulle opere, due erano gli strumenti necessari: pinzette e bolo, una particolare argilla che se bagnata aveva un alto potere adesivo. Un’altra caratteristica del polittico sono le cuspidi cesellate in argento. Il recente intervento di restauro condotto dai laboratori di restauro dei Musei Vaticani, ha permesso il riassemblaggio secondo l’originale sequenza dei cinque scomparti ed il recupero di un’iscrizione con la data 1336 scripta che non solo arricchisce la cronologia del Maestro di Fossa  ma individua nel committente ritratto Jean D’Amiel, al tempo tra i personaggi più noti della curia papale di Avignone, che fu prima rettore del Ducato di Spoleto ed in seguito vescovo di Spoleto.

Al Maestro di Cesi è invece attribuito il dossale a sette scomparti “Crocefissione e storie di San Biagio e Santa Caterina d’Alessandria”. L’opera era posta originariamente sull’altare della piccola chiesa monastica femminile fondata da Santa Chiara da Montefalco, e contemplava la decorazione affrescata commissionata da Jean d’Amiel, ritratto ai piedi della “Crocefissione” ed ai lati del “Cristo nella mandorla”, mentre viene presentato da San Biagio e Santa Caterina d’Alessandria. Anche nella tavola, con oro ed argento, sono narrate le vicende dei protettori del prestigioso committente. Il forte potere empatico delle immagini indusse i fedeli a reagire contro le figure degli aguzzini sfregiandone i volti. L’iter che ha condotto il dossale dall’antica Chiesa di Santa Chiara, oggi cappella di Santa Croce annessa al santuario di Santa Chiara da Montefalco, ai Musei Vaticani è alquanto insolito. Nel 1925 in seguito ad un terremoto le suore furono costrette a riparare il tetto del convento così, non sapendo dove collocare l’opera, decisero di venderla dopo averla fatta stimare da un professionista che la quotò per la cifra di 60 mila lire. Il papa decise di acquistare il dossale donando alle sorelle una cifra superiore ben 65 mila lire vista la bellezza dell’opera.

La Statua di Santa Cristina e la Madonna in Trono con il Bambino sono due tabernacoli, rari esemplari superstiti di un oggetto composto da un elemento centrale scolpito e da laterali dipinti andati persi. Caratteristica di questi tabernacoli è il centrale predominio espressivo della pittura sulla scultura.

“Capolavori del Trecento. Il Cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino” ci conduce alla scoperta del territorio montefalchese e non solo, insegnandoci come “l’arte di un luogo non possa prescindere dal luogo stesso”.

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