Il Cammino di Santiago: camminando, si diventa grandi

cammino di santiago

Dieci giorni sul Cammino di Santiago raccontati da Anna e dalla sua mamma Donatella: fatica, amicizia, preghiera e la scoperta di una nuova forza interiore.

A Santiago ci sono arrivata anche io attraverso i racconti della mia Anna. Lo ammetto, ero titubante, stretta tra due sensazioni: da un lato la preoccupazione di mamma di fronte a una sfida così grande, venti o trenta chilometri al giorno a piedi sono faticosi per chiunque, figuriamoci per dei ragazzi abituati alle comodità di tutti i giorni e al classico “mamma mi porti…, mamma mi vieni a prendere…”.

Le comunicazioni tra me e Anna durante i dieci giorni sono state ad orari strani alle 4 circa del mattina, il suo BUONGIORNO MAMMINA, alle 7 il mio BUON CAMMINO AMORE MIO, fino ad arrivare al suo rientro domenica 2 Agosto in cui le ho detto: METTITI VICINO A ME…. RACCONTAMI TUTTO. Occhi negli occhi è cominciato tutto così, e poi è diventato un articolo.

“Le giornate durante il cammino – spiega Anna – si svolgevano così: la mattina c’era la sveglia alle 4:30 e intorno alle 5:30 si partiva tutti. Nelle prime ore si camminava al buio e poi pian piano sorgeva il sole; quando si cammina all’alba, nel momento esatto in cui sorge il sole, si sperimenta una combinazione unica di benessere fisico, psicologico e sensoriale. A metà dei chilometri svolti, ogni fraternità decideva di fare una pausa, anche in base alla stanchezza dei componenti del gruppo, l’arrivo alla palestra successiva era per il pranzo, in modo da mangiare e riposarsi. Nel pomeriggio invece si aveva del tempo libero per lavare i panni e sistemarsi”.

Anna parla, la guardo e mi sembra più grande, i momenti di condivisone nei quali ognuno si apriva sono serviti a conoscersi meglio. Anna mi ha raccontato di tanti momenti belli che le sono rimasti impressi, come il fatto che bastava una chitarra e delle persone in cerchio per far nascere un coro e creare un’atmosfera fantastica e indimenticabile, perché è questo che ti insegna il cammino, a vivere di semplicità e spensieratezza, cosa che non è scontata, perché la puoi trovare e capire solo in momenti come questi. Il cammino ti insegna ad adattarti, ai luoghi, alle persone e anche a scoprire quali sono i tuoi limiti: ogni giorno ti porti la tua “casa” dietro (ovvero il tuo zaino) e quando arrivi dopo 20/30 km di cammino non sei solo hai una spalla su cui piangere, qualcuno che ti dice “dai, continua che puoi farcela”, trovi comprensione e soprattutto inizi a provare sensazioni che prima non sapevi nemmeno esistessero, ed è questa cosa meravigliosa che ti da la spinta per continuare e non lasciarti cadere, mai.

Il Cammino di Santiago ha questo di magico: trasforma i ragazzi. Quelli che partono chiedendo aiuto per ogni piccola cosa, spesso tornano con una consapevolezza, un’autonomia e una forza interiore che io stessa fatico a riconoscere, ma che mi riempie il cuore di orgoglio. I racconti di Anna sono stati pieni di fatica, ma anche di risate, di vesciche, di panorami immensi e interiorità di pensieri.

“Mamma sai, camminavamo – continua Anna – per un’ora senza parlare così pensavamo alle parole delle catechesi, alla vita e al futuro. Avevo i piedi doloranti ma non mi sono fermata, anzi, nella tappa da 30 km ho camminato più forte degli altri perché ero spinta da un qualcosa che mi diceva di non mollare e io non volevo farlo! Pensare mi ha aiutato a guardami dentro, a pensare a te papà e Riccardo. Ho pregato. Ricordo bene una delle prime catechesi nelle quali due ragazzi che erano venuti a dare le loro testimonianze, ci hanno parlato dei mattoni che ognuno di noi si porta dentro di sé in fondo allo zaino, e ci hanno dato modo di guardarli in faccia e di non avere paura di affrontarli”.

Buena vida amore mio. La tua mamma!

Donatella Binaglia

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