Presentato a Perugia il libro di Antonello Lamanna

antonello lamanna

«La memoria non scompare quando muore l’ultimo narratore. Scompare quando non c’è più nessuno disposto ad ascoltare». È racchiuso in questa riflessione di Antonello Lamanna il cuore di Antropologia della narrazione orale. Soundscape, refrain e memoria nella musica tradizionale (Edizioni Milella), presentato a Piazza del Melo nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame.

Più che un saggio dedicato al folklore, il volume propone una nuova prospettiva sulla tradizione orale, interpretandola come un patrimonio vivo, capace di parlare al presente e di offrire strumenti per comprendere la società contemporanea. La memoria, in questa visione, non è un archivio immobile, ma una pratica collettiva che continua a esistere soltanto attraverso la relazione tra chi racconta e chi ascolta.

Ad aprire l’incontro è stato Francesco Asdrubali, prorettore dell’Università per Stranieri di Perugia, che ha sottolineato il valore scientifico del lavoro di Lamanna.

«L’Italia è il Paese dei cento campanili, ma è anche il Paese delle cento tradizioni orali. La ricerca ha il compito di dare a questo patrimonio un metodo, un rigore scientifico, affinché possa attraversare il tempo», ha affermato Asdrubali, evidenziando come il libro riesca a coniugare la ricchezza delle tradizioni popolari con gli strumenti della ricerca contemporanea.

Uno dei concetti centrali del volume è quello di soundscape, il paesaggio sonoro, inteso non come semplice insieme di suoni, ma come elemento identitario di una comunità. Le voci, i canti, i ritornelli e persino i silenzi diventano così parte integrante dei luoghi, contribuendo a costruirne la memoria culturale. Un approccio che mette in dialogo antropologia, linguistica, etnomusicologia, acustica e studi sulla memoria, superando i tradizionali confini disciplinari.

Il libro nasce da oltre trent’anni di ricerche sul campo condotte da Lamanna tra il Mezzogiorno e l’Italia centrale, attraverso la raccolta di repertori vocali, racconti popolari e pratiche dell’ascolto. Un lavoro confluito anche in Voxteca, l’archivio dell’Università per Stranieri di Perugia dedicato alla documentazione della tradizione orale, e in progetti sperimentali come Vergari Soundscape, che ha unito ricerca antropologica, cartografia acustica, tecnologie digitali e partecipazione delle comunità locali.

A mettere in evidenza il valore metodologico dell’opera è stata Giovanna Zaganelli, docente di Semiotica all’Università per Stranieri di Perugia, secondo la quale il testo individua nella relazione tra oralità e scrittura il proprio nucleo teorico.

«Lamanna costruisce un percorso metodologico di grande solidità, nel quale la narrazione orale diventa il punto d’incontro fra repertorio musicale, memoria, archivio e performance. Il testo non esiste senza il pubblico che ascolta: è l’ascolto stesso a completare il racconto», ha osservato.

Una lettura condivisa anche da Toni Marino, docente di Strutture narrative e modelli di storytelling, che ha sottolineato come il volume restituisca centralità alla narrazione come esperienza prima ancora che come testo scritto.

«Questo lavoro interpreta la narrazione come esperienza e recupera quelle forme di storytelling naturale che costituiscono ancora oggi il patrimonio narrativo più esteso della nostra società: le storie che le persone continuano a raccontarsi ogni giorno», ha spiegato.

Il collegamento con il Centenario di Dario Fo è apparso particolarmente significativo. Stefano Bertea, rappresentante della Fondazione Fo Rame, ha ricordato come il teatro di Fo e Franca Rame abbia sempre trovato la propria forza nella continuità con la tradizione orale, con il patrimonio dei giullari e della cultura popolare continuamente reinventata sulla scena.

Per Lamanna, tuttavia, la vera sfida oggi non è soltanto preservare il patrimonio immateriale, ma ricostruire una comunità capace di accoglierlo.

«Per anni abbiamo pensato che il problema fosse salvare questo patrimonio. Oggi il rischio è un altro: non è che scompaiano soltanto i cantori, ma che scompaiano gli ascoltatori. Se viene meno chi ascolta, allora si interrompe davvero la trasmissione della memoria», ha affermato l’autore, indicando nell’ascolto il gesto culturale che rende possibile la sopravvivenza della tradizione.

Moderato dal giornalista Italo Carmignani, l’incontro ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Fabrizio Croce, assessore del Comune di Perugia, Francesco Gagliardi, vicesindaco di Gubbio, Silvio Ranieri di Anci, Chiara Biscarini, Maura Marchegiani, Giacomo Nencioni, Daniele Parbuono dell’Università degli Studi di Perugia e numerosi studiosi impegnati nei campi dell’antropologia, della semiotica e della narratologia.

A chiudere la serata è stata la performance La panchina di Donna Richetta, interpretata da Mirko Revoyera e Antonello Lamanna, con Kyria Constantinou alla voce e chitarra ed Enrico Bindocci all’harmonium, seguita dall’intervento di Franco Ferri e Rocco Paradiso, fondatori dei Tarantolati di Tricarico.

Un finale che ha trasformato la riflessione accademica in esperienza concreta, dimostrando come il patrimonio immateriale continui a vivere soltanto quando la ricerca torna a farsi voce, racconto e condivisione.

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