Liliana Segre: la senatrice e testimone della Shoah compie 89 anni

i giovani e la memoria

La senatrice Liliana Segre che ha raccontato la sua vita nel campo di concentramento di Auschwitz, testimoniando il dovere della memoria, il 10 settembre ha compiuto 89 anni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nominandola senatrice a vita, una delle poche sopravvissute italiane dei campi di sterminio nazisti, volle sottolineare il dovere della memoria e ricordare che le leggi razziali sono una macchia indelebile.

Sono rimasti in pochi a poter raccontare la tragedia dell’olocausto, voci che parlano ai più giovani, che accompagnano i ragazzi in quei luoghi che hanno segnato la loro esistenza, che continuano a fare memoria attraverso la loro vita, nelle scuole, nelle piazze, ovunque li chiamino a portare la loro preziosa testimonianza.

Tra gli ex deportati che hanno consumato le scarpe in giro per l’Italia, testimoni militanti, c’è anche lei, Liliana Segre, nata a Milano nel 1930, sposata e madre di tre figli, sopravvissuta all’orrore di Auschwitz. Quando il 19 gennaio del 2018 s’insediò in Parlamento, aprì il suo discorso dicendo: “Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno d’ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”.

Era stata scelta come senatrice a vita dal Presidente Mattarella, quale testimone del più grande eccidio pianificato che la storia ricordi. L’assassinio di ebrei, zingari, disabili, omosessuali e oppositori politici, in una parola i diversi, perpetrato dai nazisti e condiviso dai loro alleati. “L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa” ha sostenuto la senatrice Segre. “È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo”. Per Liliana Segre la memoria è l’antidoto contro il ritorno delle dittature.

Ella, nel suo peregrinare per l’Italia, ha più volte raccontato a studenti, cittadini e giornalisti: “Il ricordo torna all’estate del 1938, ero orfana di mamma, cresciuta in una famiglia ebrea della piccola borghesia milanese, non religiosa. Ero la principessa di papà Alberto. Fu proprio lui a dovermi dire che ero stata espulsa da scuola. Ma perché? Cosa ho fatto di male? chiedevo. Una domanda che ancora oggi mi agita, a cui non ho trovato una risposta. Ricordo l’indifferenza della maggior parte degli italiani, in pochi hanno continuato a invitarci e parlarci. Della maestra e delle ex compagne che m’indicavano sghignazzando, mentre passavo davanti al cortile di quella che non era più la mia scuola. Tra le famiglie ebree di Milano c’è chi inizia a pensare di partire, lasciare l’Italia per gli Stati Uniti. Si salvarono tutti. Genitori, figli, nonni persino il servizio dei bicchieri.

Ma per il mio papà la decisione di partire arrivò troppo tardi, frenato dalla preoccupazione di lasciare soli gli anziani genitori malati. Per scappare dalle bombe su Milano, anche noi, io e mio padre come molti milanesi, trovammo rifugio in Brianza, a Inverigo, dove fummo nascosti da amici “eroici”, quelli veri, che rischiarono la vita per salvarci. A caro prezzo mio padre ottenne documenti falsi da contrabbandieri crudeli, interessati solo al denaro, che ricordano i trafficanti di uomini di oggi che organizzano i barconi dalla Libia. La nostra felicità di essere quasi salvi, dopo una notte in montagna per arrivare al confine svizzero, durò poco e si scontrò con il ghigno di un gendarme svizzero.

Ci guardò con disprezzo. Ci disse che eravamo imbroglioni che non era vero che eravamo perseguitati, che volevamo solo fuggire dalla guerra. Mi buttai ai suoi piedi, gli strinsi le gambe, piansi. Non ci fu nulla da fare. Ricordo la recente visita a Lugano quando il consigliere cantonale volle chiedermi scusa. È stupefacente che ci siano voluti settantacinque anni per queste scuse che arrivano solo ora che sono diventata senatrice. Quel gendarme svizzero cambiò il corso della mia vita.

Venni arrestata con mio padre e portata al carcere di Varese, poi Como e San Vittore, mentre i nonni furono deportati e gasati, dopo che qualcuno ne denunciò la presenza in cambio di cinquemila lire. Chiusa a San Vittore, a tredici anni, senza aver fatto nulla di male, attesi mio padre che, intanto, veniva sottoposto a interrogatori violenti. Abbracciavo quel padre che era diventato anche fratello, figlio. Un padre che si sentiva perdente, che non poteva darmi risposte, che aveva il rimorso di non avermi portato via prima.

Prima di lasciare il carcere di San Vittore capii cosa fosse la pietà umana. Infatti i detenuti comuni che ci videro uscire in fila ebbero gesti straordinari. Ci gridavano che Dio vi benedica, qualcuno ci diede della frutta. Ricordo il lungo viaggio nei carri merci dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano”. Tra il 1943 e il 1945, da quel binario partirono ventitré treni diretti ad Auschwitz e ad altri campi di concentramento. Nei vagoni, originariamente destinati al trasporto postale, vennero stipate migliaia di persone perseguitate dagli occupanti nazifascisti: erano soprattutto ebrei, ma anche partigiani e dissidenti politici.

Oggi quel binario, dove campeggia la scritta “Indifferenza”, ospita il Memoriale della Shoah. “I sette giorni di viaggio”, continua Liliana Segre, “furono gli ultimi trascorsi con mio padre in un vagone promiscuo, con un secchio per i bisogni che si riempì subito. Seicento persone stipate, senz’acqua. Arrivati ad Auschwitz, fui costretta a lasciare per sempre la mano di mio padre che non rividi mai più Sono sopravvissuta per caso. Non conoscevo le lingue, ero una bambina tredicenne, ma fui scelta per fare l’operaia. Fu la mia salvezza perché lavoravo al coperto. Rasata, tatuata, con un corpo che non era più il mio, lavoravo in una fabbrica di munizioni.

È qui che incontrai un professore di storia belga. Avevo l’età di sua figlia che non c’era più. Io gli portavo il materiale e lui mi dava brevi lezioni di storia. Era il momento in cui ci sentivamo ancora liberi: lui professore, io studentessa di seconda media. L’altro incontro che segnò la mia vita fu quello con Janine, l’operaia francese, alla quale la macchina aveva troncato due dita. Alla selezione io passai, lei fu bloccata. Ero così felice di essere ancora viva che non fui capace di pietà, non mi voltai. Ero diventata una lupa, affamata ed egoista. Fui vigliacca. Non le dissi nemmeno di aver coraggio.

Il 27 gennaio 1945 i russi erano ad Auschwitz, ma i tedeschi erano fuggiti e per noi aveva avuto inizio la marcia della morte. Settecento chilometri dalla Polonia alla Germania, un passo davanti all’altro, senza cadere, senza potersi appoggiare a nessuno. Alcuni soldati francesi deportati mi dissero di resistere: “La guerra sta per finire, i tedeschi perdono su due fronti”. Assieme ad altre due italiane sopravvissute, alla fine di aprile vedemmo il cancello del campo aprirsi e cominciammo a camminare sopra un prato fiorito.

Intanto i soldati tedeschi abbandonavano le divise, si mettevano in borghese davanti a noi. Ricordo un generale che si toglieva la divisa davanti a me, gettando la sua pistola per terra. Stava scappando dalla sua famiglia, dai suoi bambini. In quel momento ebbi forte la tentazione di prendere quella pistola e ucciderlo. Stavo per chinarmi, ma per fortuna non lo feci. In quel momento capii la differenza tra me e il mio nemico. Io avevo scelto la vita. Ero diversa da lui e in quel momento ero diventata quella donna libera e di pace che sono ancora adesso, una donna che crede che “colui che salva una sola vita salva il mondo intero”, frase tratta dal Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo, resa celebre in tutto il mondo dal film capolavoro Schindler’s list. 

Grazie senatrice Liliana Segre per averci aiutato a capire l’importanza, l’attualità e il dovere della memoria che rappresenta il patrimonio sul quale costruire il futuro dei nostri figli. Il dovere della memoria nasce quando si comprende l’importanza di ricordare per far sì che l’aberrante genocidio di milioni di persone, compiuto dal nazismo, non possa più ripetersi, come i superstiti della Shoah hanno ricordato per decenni senza stancarsi, fino alla fine dei loro giorni, facendo risuonare l’eco delle parole di Elie Wiesel, quando disse che “chi ascolta un superstite dell’Olocausto diventa a sua volta un testimone”.

Giuseppe Manzo

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