Lingua italiana: Antonelli, siamo passati dal politichese al politicoso

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La lingua della politica è sempre più povera. Si è passati da un uso raffinato del nostro idioma ad un impiego più semplice e alla portata di tutti che si lascia anche andare al “gusto per la parolaccia”. Senza dimenticare che il congiuntivo è applicato con una certa leggerezza. La pensa così Giuseppe Antonelli, docente di linguistica italiana all’Università di Cassino, fresco autore di ‘Un italiano vero. La lingua in cui viviamo’, pubblicato da Rizzoli.

Il linguista fa il punto sullo stato di salute dell’italiano della politica. E si sofferma anche sull”uso digitale della nostra lingua. “Siamo passati – spiega – dal politichese al politicoso: una lingua più elementare, infantile, costellata da errori grammaticali, che si lascia andare al gusto per la parolaccia. Una lingua che fa ampio ricorso alla metafora calcistica. In realtà, siamo in presenza di un impoverimento della lingua”.

Più nel dettaglio, Antonelli argomenta che “fino alla Prima Repubblica, anche nell’uso della lingua, valeva il paradigma della superiorità che si traduceva nel principio: ‘votami perché sono più bravo di te e parlo meglio di te'”. I politici, insomma, utilizzavano l’italiano in modo più ricercato e si ponevano su un piano di superiorità rispetto agli elettori. Durante la Seconda Repubblica, invece, ha preso piede “il paradigma del rispecchiamento” dietro al quale si nasconde il principio ‘votami, perché parlo come te'”.

Si è entrati, in campo linguistico, in una fase di “immedesimazione” nella quale il popolo si sente sullo stesso livello dei rappresentanti politici. “Basti ricordare – osserva Antonelli – che un elettore di Di Pietro, nel 1997, nel corso di un’intervista, disse: ‘Finalmente è stato eletto una persona che sbaglia il congiuntivo come noi'”. Ed è proprio il congiuntivo un ‘terreno minato’ per i politici italiani. Antonelli ricorda l’errore recente del “deputato Di Maio sul palco di Nettuno ( il 7 settembre) e quello di Di Battista durante un dibattito televisivo di qualche mese fa”.

Passando poi dalla lingua della politica a quella ‘digitale’, al centro del suo nuovo libro, Antonelli afferma senza timore che “i mezzi telematici hanno riportato gli italiani a scrivere. Cosi come la televisione è stata decisiva per l’uso dell’italiano parlato abituale, allo stesso modo la comunicazione telematica è stata decisiva per l’uso dell’italiano scritto. Nel novembre del 2000 Poste Italiane chiese ad un istituto di elaborare una ricerca sugli italiani e la scrittura. I risultati – dice Antonelli – erano che gli italiani in età post scolare scrivevano soltanto in due occasioni: per la lista della spesa e per gli appunti delle cose da fare sull’agenda. Nella stessa ricerca emergeva che il 39% dei giovani diceva di scrivere con gli sms. Al passaggio del Millennio si passa da epistola da ‘e-pistola’”.

Per Antonelli, l’italiano digitale è diverso da quello tradizionale non tanto per la presenza delle ‘X’ al posto di ‘per’ o delle ‘K’ al posto di ‘Ch’, abbreviazioni che peraltro stanno passando di moda, ma perché è più frammentario: ci stiamo abituando a leggere e scrivere testi brevi o, per dirla in maniera più difficile, ci stiamo abituando agli ‘ipotesti'”.

Ciò significa, dice Antonelli, che “ci stiamo disabituando ad una testualità compiuta, ovvero ad un testo che abbia un inizio e una fine. Siamo immersi in una testualità dialogica al posto di una argomentativa. E questo è un bel problema. Gli ultimi dati Ocse dicono che buona parte degli italiani dai 16 e i 65 anni non è in grado di leggere o capire adeguatamente un editoriale. La differenza tra scrivere e digitare è tutta nella testualità”.

“Il problema – evidenzia Antonelli – è se questo modo di scrivere resta l’unico. Tanto più si diffonde la scrittura telematica tanto più dobbiamo insegnare l’italiano scritto tradizionale. La sfida è mantenere vivo l’italiano scritto tradizionale senza demonizzare l’italiano digitale: dobbiamo partire da questa abitudine per mantenere viva la capacità di leggere e scrivere testi compiuti”.

“Gli italiani, in buona parte, rischiano di assomigliare al Gioacchino B. di Woody Allen: un personaggio ‘balbuziente. Ma non quando parlava, solo quando scriveva’”, conclude Antonelli.

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