Orange Economy ai tempi del covid, libertà e paure: un caffè con Paolo Crepet a Civita

paolo crepet

Il primo incontro di Civita luogo del pensare ha visto Paolo Crepet, bagnorese DOC, disquisire sui problemi e le opportunità dell’ Orange Economy

 

Lo scossone economico, a livello internazionale, per i danni causati dal coronavirus sta generando, oltre la perdita significativa del PIL, anche delle reazioni sui mercati finanziari meno ottimistiche rispetto ai giorni precedenti, data la curva crescente dei nuovi contagi. Gli investimenti di rifugio come l’oro stanno cavalcando aumenti record giorno dopo giorno e la difficoltà di intercettare “nuove economie produttive”, non solo con modalità (come lo Smart Working), sarà la vera sfida dei prossimi mesi.

In realtà stiamo vivendo una fase di accelerazione del cambiamento dei processi industriali, comunque già in atto, che metterà l’accento su innovazione e nuove competenze delle quali solo pochi già riescono ad immaginare gli scenari e potrebbe essere l’opportunità giusta per canalizzare con profitto la creatività e il fervore culturale che da sempre sono considerati due tratti distintivi del nostro Paese. Basti pensare che aziende italiane operanti nei settori storicamente attraenti della moda, dell’architettura, del design e del lusso, sono diventate veri e propri simboli della nostra economia esportata in tutto il mondo.

Singole esperienze e startup innovative contribuiscono da tempo ad incrementare sempre di più l’economia culturale e creativa. Con la spinta di idee, concretamente innovative e originali, “l’Orange Economy” (definizione coniata agli inizi degli anni 2000 dallo scrittore britannico John Howkins, esperto di industrie creative) è in una fase di continua crescita.
Secondo le statistiche di Unioncamere, negli ultimi anni, l’Industria della Cultura e della Creatività in Italia ha generato un valore economico complessivo di oltre 100 miliardi di euro, dando occupazione a più di un milione e mezzo di persone.

Le comunità locali all’interno di molte regioni italiane di sono dimostrate sensibili alle evoluzioni del settore delle industrie culturali e creative, essenziali per conservare e valorizzare i tratti identitari del territorio che costituiscono una ricchezza immediatamente fruibile di un patrimonio (spesso trascurato) che abbiamo ereditato da parecchi secoli.

Queste riflessioni hanno ispirato la prima edizione della rassegna “Civita luogo del pensare”, una iniziativa svolta nella suggestiva scenografia di Civita di Bagnoregio (VT), classificata tra i primi dieci borghi più belli d’Italia. Sotto le stelle di una notte di mezza estate è stato presentato il nuovo libro “Libertà” dello psichiatra e filosofo Paolo Crepet, intervistato da Valentina Bisti, con delle riflessioni più che mai attuali sulle tipiche umane paure di affrontare l’ignoto, di “dover cambiar vita”, iniziale seduzione che poi svanisce quando si intravede la possibilità di tornare “alle rasserenanti quotidianità”, che sono state temporaneamente e bruscamente interrotte da un evento imprevisto, quanto imprevedibile.

Secondo il prof. Crepet, la frase retorica di “nulla sarà come prima” è stata sempre una ovvietà ricorrente in tutti i momenti in cui si è vissuto un cambiamento. Occorre passare dalle ovvietà a prendere il necessario coraggio per affrontare le sfide del cambiamento, dalle quali nessuno di noi è escluso.

Lo Smart working è decuplicato, dobbiamo accettare o rifiutare questa nuova modalità di lavoro? In realtà non occorre radicalizzare una propria convinzione, ma accettare le conseguenze di quello che quotidianamente facciamo, sia nella vita lavorativa sia nella vita privata. La casa per esempio non è più un dormitorio ma è diventata un essenziale luogo di vita, dove si consumano le ore del proprio lavoro, dove si condivide tempo e spazio con gli affetti, dove liberiamo le nostre riflessioni.

Se la tecnologia digitale ci facilita la possibilità di vivere o vedere tutto senza doverci più spostare (spesa, cinema, divertimenti, scuola, e altro), non dobbiamo sempre accettare a scatola chiusa questo nuovo assetto ma occorrerebbe anche riconsiderare gli effetti di queste soluzioni che possono non essere completamente positive.

Il telelavoro è stato scoperto 30 anni fa, in Italia la prima ad iniziare fu la SIP, che all’epoca del telefono fisso aveva istituito il numero 12, per il servizio di informazioni agli abbonati e gli operatori furono i primi a poter lavorare direttamente da casa.

Se da un lato il lavoro agile può ridurre i costi e i tempi per gli spostamenti, dall’altro a lungo andare potrebbero subentrare per i lavoratori sentimenti conflittuali come la malinconia, per il fatto di non lavorare fisicamente insieme ad altri colleghi, che fa venir meno l’elemento di complicità, di confidenza, di solidarietà, necessari a poter gestire, non da soli, i problemi di ogni giorno.

Il lavoro non è solo una busta paga, ma anche l’orgoglio di appartenenza ad una azienda che si concretizza con delle consolidate ritualità, come riconoscersi in una stessa divisa, lavorare fisicamente nella stessa sede, ritrovarsi nella mensa all’ora di pranzo.

E la scuola? La ribellione, anche trasversale da un punto di vista politico, all’uso esclusivo delle nuove forme di didattica a distanza, ha contribuito a condividere l’esigenza che i bambini devono tornare a scuola, laddove si voglia realmente ripartire da una educazione di comunità e da una cultura del collettivo.

Su questo argomento il Covid ha prodotto un contro effetto: ha fatto occupare di scuola tutti e non sono gli addetti al settore. D’altronde la scuola è un’esperienza che tutti abbiamo vissuto e la scuola è stata sempre considerata un crocevia di una comunità, al quale destinare le migliori risorse umane ed economiche. La didattica ha bisogno di essere basata sui sensi. L’innovazione più efficace da sempre per i bambini è la plastilina, un modo semplice ed efficace per capire l’individualità del bambino, mentre con la tecnologia si mettono in pratica solo schemi prestabiliti da adottare e da eseguire con un universo finito di scelte.

Quale sarà il ruolo del lavoro intellettuale? Il lavoro intellettuale sembrerebbe non costare più nulla (i web seminar sono spesso gratuiti) con un crollo dei compensi per le attività di ricerca, docenza, dei conferenzieri, ecc…

I contenuti sono i più disparati ma spesso si parla troppo, non basta fare “punti di ascolto” ma occorre dare un valore aggiunto alla professionalità che qualitativamente va attentamente ricercata. Le informazioni devono essere corrette, la responsabilità della politica è quella di non far perdere l’orientamento, cosa spesso avvenuta con notizie contrastanti e imprecise. Solo le alte competenze ci porteranno sulla via della salvezza, a cominciare dallo studio del vaccino anti-Covid, nobile esempio di cooperazione internazionale, e non ci sarà più spazio per i dibattiti dei “no-vax”, per una semplice questione di rivendicate libertà che trovano necessariamente un limite ontologico.

di Marco Ginanneschi
Docente di Economia e Revisore Legale

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