Poesia: “Cataratta” di Paolo Piazza, recensione di Bruno Mohorovich

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“Le vie del destino sono davvero difficili a comprendersi”. E’ un pensiero di Arthur Conan Doyle, il padre di Sherlock Holmes, ma non è una novità. Quante volte ci siamo ritrovati a pronunciare questa frase in faccia ad un evento che ci vedeva protagonisti o semplici casuali testimoni.

E ciò appare più vero quando ci si trova coinvolti in vicende cui non riusciamo a dare una risposta plausibile o, quantomeno, a cercare di trovare una soluzione.

Ma è questo strano destino che ci porta a porci domande che fino a quel momento non pensavamo. Così avviene che la parola “ricordo” la si associ allo sguardo, al vedere. Forse ingenuamente, più in generale, l’associamo alla memoria che è la capacità del cervello di conservare informazioni: parliamo di memoria tattile, uditiva, narrativa e finiamo per non dare sufficientemente importanza alla memoria visiva, dandola quasi per scontata, visto che ci appartiene – come gli altri sensi – naturalmente.

Ma sappiamo bene che basta un qualsivoglia, anche piccolo accidente, che interessi una delle nostre parti che qualche volta riteniamo inutili, per capire quanto al contrario queste abbiano un loro preciso ruolo nella nostra quotidianità.

E così avviene nel percorso di vita di Paolo Piazza, il quel si trova a dover affrontare una vicenda di per sé, scientificamente parlando, abbastanza banale di questi tempi.

La patologia della madre, origine del titolo del libro di poesie “Cataratta”, Fabrizio Fabbri Editore, che la accomuna a molti anziani ed i cui sintomi possono includere colori percepiti sbiaditi, visione offuscata, aloni intorno alle luci, problemi con luci e difficoltà a vedere di notte. Il recupero della “memoria visiva” ha successo ma all’improvviso in una circostanza altrettanto banale, una festa, un’altra memoria viene minata: quella della vita!

E torniamo al pensiero che introduce questo mio scritto: ”le vie del destino sono davvero difficili a comprendersi”. Ed allora Piazza, affida al suo poetare il cammino nei ricordi a fianco della sua genitrice. Lo fa con brevi versi cantando non senza amarezza la variabilità del vivere, intraprendendo un cammino emotivo che lo conduce a (ri)percorrere strade e luoghi che sono appartenuti – ed ancora appartengono – all’anziana madre.

Poesie che sono finestre aperte sulla sua ed altrui anima; versi permeati di attesa (“aspettavo la luce giusta / per fotografare un panorama[…]”) e dipinti con vena impressionista: difficile non visualizzare quello che scrive, e che intercala con parole che raccontano della sua infanzia, sollecitando la memoria (“ti chiedevo / sgranando gli occhi / seduto tra i miei fratelli[…]”) in un velo di nostalgica amarezza, rifugiandosi financo nella mente di lei, la mamma, sollecitandola a ripercorrere fotogrammi di un’esistenza che non vorrebbe giammai sbiaditi. Poesie che hanno il loro contraltare nelle foto che le accompagnano e che anch’esse raccontano una storia; quella del fotografo Massimiliano Siccardi il quale, avendo la madre affetta da diplopia, ha cercato mediante l’arte, di fissare quello che la madre vedeva: la doppia visione di uno stesso oggetto senza poterlo meglio definire. E queste due vite si sono incontrate, traendo forza dalla loro arte nel raccontare e raccontarsi nel disagio e nella sofferenza, dando alle rispettive madri l’occasione di una nuova diversa vita, la possibilità di specchiarsi in immagini e parole.

L’affetto materno esplode sì con dolcezza, con tenerezza ma non vi si può non leggere una sofferta contenuta rabbia pur nella consapevolezza che la stagione volge al termine. Declinare il vissuto, dimenticando poco alla volta, d’aver un trascorso, d’essere stati comparse e protagonisti d’ogni alito di vita è quanto di più violento si possa attribuire a qualcuno (“della tua parte migliore / di te, della tua storia / perdi ogni giorno […]”); cancellare con passaggi dapprima leggeri poi sempre più evidenti, un attimo, un istante, un’esperienza è la narrazione, a tratti lancinante, che Piazza affida alla sua mano, vergando quella pagina bianca e ad essa affidando immagini e pensieri alla ricerca di un orizzonte disegnato anche dalla semplice strada che percorre assieme a lei, dalle persone che incontrano, dagli occhi che li seguono.

Ogni poesia del poeta, cui egli dà nella composizione della pagina il proprio respiro, quasi che i misurati versi abbiano a godere di quell’aria che pur pesante egli assume con supremo e superbo amore, è un invito, una sollecitazione a rivelare, perché non siano scordati, piccoli gesti, semplici quotidiane azioni costellando con gli istanti la mai immarcescibile via della speranza quando lo sguardo lascia la notte ed aspetta il giorno.

Bruno Mohorovich

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