Coltivare la terra per coltivare la memoria. È da questa visione, tanto antica quanto attuale, che nasce a Pompei un progetto vitivinicolo senza precedenti: una vera e propria azienda agricola all’interno di uno dei siti archeologici più iconici al mondo. A dare vita all’iniziativa sono la cantina Feudi di San Gregorio e il Parco Archeologico di Pompei, uniti in un partenariato sperimentale che intreccia cultura, sostenibilità e ricerca scientifica.
Oltre sei ettari di vigneti, coltivati secondo pratiche biologiche e sostenibili, sorgono su terreni di origine vulcanica rimasti intatti per più di duemila anni. Un contesto straordinario che consente non solo di produrre vino, ma soprattutto di riscoprire e reinterpretare le tecniche agronomiche dell’antichità, grazie anche alla collaborazione con importanti Università e centri di ricerca. La cantina, collocata all’interno dell’area archeologica, diventa così parte integrante di un racconto che va ben oltre la dimensione commerciale.
Il progetto si fonda su una convinzione profonda: agricoltura e cultura condividono la stessa radice, colere, “coltivare”. Coltivare la terra, ma anche lo spirito, la comunità, l’identità. Non è un caso che proprio a Pompei, dove il vino era ambasciatore della civiltà romana nel mondo, si torni oggi a produrlo con una finalità prima di tutto culturale.
La presentazione ufficiale si è tenuta il 3 febbraio 2026 presso la Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste. Ad aprire i lavori è stato il Ministro Francesco Lollobrigida, che ha sottolineato come agricoltura e storia costituiscano un unico racconto identitario capace di trasmettere al mondo il valore profondo dell’Italia. «Il vino, abbinato a un luogo simbolico come Pompei, non è solo da consumare, ma da vivere e valorizzare», ha affermato.
Nel corso della tavola rotonda, moderata da Daniela Scrobogna della Fondazione Italiana Sommelier, è emersa con forza la dimensione culturale del progetto. Gabriel Zuchtriegel, Direttore del Parco Archeologico di Pompei, ha evidenziato come la viticoltura rappresenti una nuova forma di fruizione del patrimonio, capace di generare sviluppo economico, didattica, inclusione e partecipazione, senza gerarchie tra cultura “alta” e “bassa”.
Antonio Capaldo, Presidente di Feudi di San Gregorio, ha richiamato il valore simbolico della vigna nella storia romana e mediterranea: un segno di radicamento, di visione lunga, di responsabilità verso il futuro. Un messaggio che oggi il mondo del vino è chiamato a rilanciare, investendo in progetti sostenibili e di lungo periodo.
A chiudere il cerchio tra passato e futuro è stato il contributo scientifico di Attilio Scienza, docente ed esperto internazionale di viticoltura, che ha definito Pompei un modello interpretativo dell’intera viticoltura italiana: un laboratorio a cielo aperto in cui archeologia, genetica e paesaggio possono dialogare per costruire una nuova idea di turismo culturale di qualità.
Le conclusioni sono state affidate al Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, che ha ribadito come la tutela del patrimonio non sia solo conservazione, ma cura e capacità di ridare senso ai luoghi della storia. In questo progetto, il vino torna ad essere ciò che è sempre stato: non solo un prodotto, ma un ambasciatore di civiltà.
A Pompei, la storia non si limita più a essere osservata. Torna a essere coltivata.
