Uno dei più celebri capolavori della scultura dell’antichità torna a vivere grazie a un progetto che coniuga ricerca scientifica, tutela del patrimonio e valorizzazione delle antiche tecniche artistiche. Il Parco Archeologico di Pompei ha presentato la nuova ricostruzione scientifica in bronzo del Canone di Policleto, realizzata a partire dagli storici calchi matrice della ex Fonderia Chiurazzi, restituendo al pubblico uno dei simboli universali dell’ideale classico di armonia e proporzione.
Alla presentazione sono intervenuti il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel e il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata Nunzio Fragliasso, che ha affrontato il tema della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale.
L’iniziativa inaugura il progetto di recupero e valorizzazione delle matrici storiche della ex Fonderia Chiurazzi, acquisite dal Parco Archeologico per evitarne la dispersione all’estero e restituirle alla fruizione pubblica. Un patrimonio unico che per oltre un secolo ha contribuito alla diffusione nel mondo dei grandi capolavori dell’arte classica attraverso copie realizzate con la tradizionale tecnica della fusione.
«Siamo di fronte alla ricostruzione scientifica di una delle più celebri opere d’arte di tutti i tempi, il cui significato supera la dimensione estetica e racchiude un valore filologico, artistico e culturale», ha dichiarato il ministro Alessandro Giuli. «L’arte di Policleto è fondata sulla lingua universale dell’armonia. Sostenendo progetti come questo il Ministero della Cultura continuerà a svolgere il proprio dovere. La cultura è diplomazia, ricerca, formazione, identità plurale, dialogo e forza creatrice di armonie».
Un capolavoro perduto ricostruito grazie alle copie romane
Realizzato intorno al 440 a.C., il Canone di Policleto rappresenta il manifesto dell’arte classica greca. Dell’originale, come per gran parte delle opere di Policleto e Fidia, non rimane traccia: la sua conoscenza deriva infatti dalle numerose copie romane, molte delle quali rinvenute proprio in Italia, in particolare tra il Lazio e l’area vesuviana.
Fu proprio una copia scoperta nella Palestra Sannitica di Pompei a consentire allo studioso Karl Friedrichs, nel 1863, di identificare l’opera come il celebre Canone, dando impulso a quella disciplina nota come “critica delle copie”. Tra il 1910 e il 1912 venne quindi realizzata in Germania la prima ricostruzione filologica dell’originale greco.
La nuova ricostruzione presentata oggi è il risultato di oltre un secolo di studi e di una collaborazione internazionale tra istituzioni e studiosi italiani, greci e tedeschi, confermando il ruolo di Pompei non solo come straordinario sito archeologico, ma anche come centro di ricerca di livello internazionale.
Due importanti novità: i colori e il giavellotto
Il nuovo Canone introduce due rilevanti elementi di innovazione rispetto alle precedenti ricostruzioni.
Il primo riguarda la policromia: la statua restituisce infatti l’aspetto originario delle sculture classiche, che erano dipinte con colori vivaci e non candide come la tradizione moderna ha a lungo lasciato immaginare.
La seconda novità interessa l’attributo impugnato dalla figura. Gli studi più recenti indicano che il personaggio reggesse un giavellotto (akontion) e non una lancia (dory), elemento che porta gli studiosi a rimettere in discussione l’identificazione tradizionale del Canone con il celebre Doriforo, il “portatore di lancia”. Secondo le nuove evidenze archeologiche e iconografiche, le due opere potrebbero essere state distinte.
Per la ricostruzione sono stati utilizzati due modelli differenti: il corpo deriva dalla copia marmorea rinvenuta nel 1793 nella Palestra Sannitica di Pompei, la più completa tra le oltre cinquanta copie note, mentre la testa è stata ricostruita utilizzando il busto bronzeo proveniente dalla Villa dei Papiri di Ercolano, ritenuto il più vicino all’originale. Il giavellotto è stato invece realizzato in legno, cuoio e metallo.
Le matrici Chiurazzi tornano protagoniste
Il progetto rappresenta anche il primo passo della valorizzazione della collezione della storica Fonderia Chiurazzi, acquisita dal Parco Archeologico attraverso il diritto di prelazione.
«Le matrici in gesso si danneggiano se non vengono utilizzate», ha spiegato Gabriel Zuchtriegel. «È una bellissima metafora del nostro patrimonio classico, che si distrugge se non lo utilizziamo nelle scuole, nei musei e nella nostra vita culturale. Noi siamo convinti che il classico sia vivo e possa generare crescita non solo culturale, ma anche economica e sociale».
L’obiettivo è duplice: valorizzare ulteriormente il patrimonio del Parco e rilanciare una tradizione artigianale ancora viva a Napoli, dove alcune fonderie continuano a utilizzare la tecnica della fusione a cera persa, la stessa impiegata dagli scultori greci del V secolo a.C. La ricostruzione del Canone è diventata così anche un’importante esperienza di archeologia sperimentale, utile a comprendere le tecniche produttive dell’arte antica.
Il direttore del Parco ha inoltre sottolineato come lo studio delle copie romane e dei contesti archeologici vesuviani sia fondamentale per comprendere l’arte greca classica, ricordando anche la celebre copia rinvenuta a Castellammare di Stabia, oggi conservata al Minneapolis Institute of Art.
Gli approfondimenti scientifici sul progetto sono pubblicati nell’e-journal degli Scavi di Pompei, mentre domenica 9 agosto alle 21.25 su Rai 1, la trasmissione “Noos – L’avventura della conoscenza”, condotta da Alberto Angela, dedicherà uno speciale al Canone di Policleto con un intervento del direttore Gabriel Zuchtriegel.
