Dal cantiere dell’Insula Meridionalis emergono tracce di una vita precaria tra le rovine. Il direttore Zuchtriegel: “Una memoria rimossa, che oggi torna alla luce”
Pompei non morì del tutto nel 79 d.C. Dopo l’eruzione del Vesuvio, che cristallizzò per sempre nella cenere la vita quotidiana di una delle città più vivaci dell’Impero romano, ci furono persone che provarono a tornare. Alcune erano sopravvissute e non avevano alternative, altre venivano da fuori, forse senza nulla da perdere, in cerca di un rifugio o di qualche oggetto di valore da recuperare tra i resti.
È una realtà finora ignorata o trascurata dagli scavi archeologici, ma che oggi torna alla luce grazie ai recenti ritrovamenti emersi nel corso dei lavori di messa in sicurezza, restauro e consolidamento dell’Insula Meridionalis.
Una Pompei dimenticata, abitata tra le rovine
I dati raccolti mostrano chiaramente che Pompei fu oggetto di una rioccupazione, inizialmente spontanea, poi via via più stabile, che si protrasse fino al V secolo d.C.. Le tracce sono evidenti: focolari improvvisati, forni, mulini e oggetti di uso quotidiano disposti nei locali seminterrati, cioè gli ex pianterreni ora trasformati in grotte e scantinati, mentre i piani superiori delle case riaffioravano dalla coltre di cenere.
Questa nuova Pompei era ben diversa dalla città florida che fu: un agglomerato precario, senza infrastrutture, un insediamento grigio e instabile che tuttavia mostrava segni concreti di vita quotidiana. La vegetazione aveva ripreso a crescere, il suolo si rendeva esplorabile, anche se scavando si poteva ancora incontrare l’orrore: corpi in decomposizione di chi non era riuscito a fuggire.
Sopravvivenza, memoria e silenzio archeologico
Pompei contava probabilmente circa 20.000 abitanti al momento dell’eruzione. Di questi, solo circa 1.300 vittime sono state ritrovate dagli scavi dal 1748 a oggi, suggerendo che molti riuscirono a fuggire, anche se forse morirono fuori dalle mura, durante la fuga. Ma molti altri – lo confermano iscrizioni pompeiane rintracciate altrove – sopravvissero, tentando di rifarsi una vita, non sempre lontano da casa.
Il ritorno a Pompei potrebbe essere stato anche incentivato dall’Impero: lo stesso imperatore Tito inviò due ex consoli, i curatores Campaniae restituendae, per gestire l’eredità lasciata da chi era morto senza discendenti. Un tentativo di rifondazione mai realmente riuscito, che non restituì alla città il suo antico splendore, ma la lasciò in balia di un lento e malinconico declino.
Una favela tra i resti della grande Pompei
“Il racconto archeologico ha privilegiato per secoli la Pompei congelata nel 79 d.C. – spiega Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei e co-autore dell’articolo – mentre le flebili tracce di chi provò a tornare dopo la catastrofe venivano ignorate, rimosse, a volte addirittura cancellate senza documentazione. Ora, grazie a nuovi scavi, riemerge una Pompei post-eruzione, più simile a un accampamento o a una favela che a una città romana”.
Zuchtriegel sottolinea l’importanza di questo nuovo approccio: “Noi archeologi – dice – ci sentiamo come psicologi della memoria sepolta nella terra. Recuperare la Pompei ‘rimossa’ ci invita a riflettere sull’‘inconscio archeologico’, su ciò che viene escluso dal racconto storico perché meno affascinante o spettacolare, ma non per questo meno vero”.
Un nuovo capitolo da riscrivere
Questa nuova Pompei – ferita, marginale, ma viva – aggiunge un capitolo fondamentale alla comprensione del post-disastro. È la storia di una resilienza sommessa, di uomini e donne che, in un contesto apocalittico, cercarono comunque di abitare, sopravvivere, ricominciare.
Un racconto che ora, dopo secoli di oblio, torna a occupare il posto che merita nella storia antica.
