Roma: la travagliata storia della Leo Penicillina nel libro “Hotel Penicillina”

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Hotel Penicillina: il racconto di una fabbrica diventata ricovero per senza dimora ora abbandonata al degrado
La giornalista Anna Ditta, il fotografo Marco Passaro e il chimico Andrea Turchi hanno ripercorso la storia della Leo Penicillina che si trova sulla via Tiburtina, a due passi da San Basilio.
I tre autori hanno raccolto testimonianze, immagini e storie in un libro dal titolo ‘Hotel Penicillina’: parlano ex lavoratori e dirigenti della fabbrica, le persone che vi hanno vissuto fino allo sgombero, gli attivisti e operatori che hanno fornito assistenza, gli abitanti del quartiere che lottano per la bonifica e la riqualificazione della struttura.
Una volta, la prima fabbrica a produrre Penicillina in Italia, poi rifugio per gli invisibili, oggi un enorme area fatiscente, una bomba ecologica tra rifiuti e pezzi di amianto sparsi un po’ ovunque.
È l’evoluzione dello stabilimento della Leo Penicillina, inaugurato nel settembre del 1950 alla presenza del Premio Nobel per la Medicina sir Alexander Fleming e sgomberato nel 2018 dalle forze dell’ordine dopo che al suo interno avevano trovato rifugio senza tetto, disperati, extracomunitari, italiani, donne, uomini e bambini.
“La scelta di fare il libro è venuta fuori anni fa, parlando con l’ecologista Giorgio Nebbia” – racconta Andrea Turchi all’agenzia Dire – vedevamo questo rudere della fabbrica: colpisce il fatto che disperati debbano vivere su delle rovine”. Da qui, l’incontro con gli altri due compagni di avventura: “Raccontando vicende di cronaca ho incontrato Andrea – ricorda Anna Ditta -. Di questa vicenda mi ha colpito la contraddizione rispetto a quello che è stata la fabbrica e come è diventata oggi. Da questo contrasto, tra la fabbrica quando era viva a quando è diventata la casa per queste persone, è nato ‘Hotel Penicillina’ “. “Tra le tante storie – continua la giornalista – c’è quella di Jennifer, nome di fantasia, che ci ha cresciuto un figlio. Mi sono immedesimata in una madre che vorrebbe far di tutto per crescere un figlio al di fuori e invece e’ costretta a restare chiusa dentro”.
Marco Passaro, invece, ha conosciuto la storia della ‘Leo Penicillina’ “grazie ad una mia amica che si era trasferita dentro. Lei veniva da un contesto complicato”. Il fotografo ha ricordato come dentro ci fossero anche una sorta di attività ‘commerciali’: “Ho visto tante persone abitare in uno scenario di guerra, tra rifiuti industriali, lastre di amianto, usate come mura. Persone costrette a stare lì per varie vicende, costrette a inventarsi una normalità:  c’erano dei bar, degli shop”.
Nel libro sono riportate le testimonianze di ex lavoratori della fabbrica: “I primi anni sono stati duri – ricorda uno di loro, un ex turnista – l’azienda lavorava con la manovalanza, non c’erano macchinari o attrezzature moderne. Si lavorava male, erano ambienti non attrezzati, si soffriva il freddo. Negli Anni 70 l’azienda è migliorata, è arrivata la sicurezza degli operai, gli obblighi, l’attenzione, i caschi e gli scarponi”.
Dipendente per una trentina d’anni dal 1968, lo hanno colpito le immagini dei disperati costretti a vivere nella struttura: “Ora sono stati sgomberati, ma ho visto altre persone entrare. Quel posto è pericoloso, va bonificato – continua – la roba la buttavamo nel fiume, per terra. Per 7-8 metri sotto il terreno, ancora adesso, ci sono acetati, acetoni, roba cancerogena. È un bel pericolo, ma chi bonifica? È privato. Perchè buttavamo lì i rifiuti? Erano i primi anni, si buttava nelle fogne, nel fiume. Non c’erano i controlli. Poi, dopo due anni che ero lì sono arrivati i filtri. Poi, i controlli”.

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