Terni, il silenzio delle vetrine. Il centro storico rischia di perdere la sua anima

negozi chiusi terni

Basta percorrere poche decine di metri nel centro storico di Terni per cogliere un’immagine che racconta molto più di qualsiasi statistica: serrande abbassate, vetrine oscurate con pannelli di legno, locali in attesa di una nuova destinazione.

La crisi del commercio di vicinato non è soltanto un problema economico. È un fenomeno urbano e sociale. Ogni negozio che chiude significa meno persone in strada, meno occasioni di incontro, minore sicurezza percepita e un progressivo impoverimento dell’identità cittadina.

I numeri confermano questa sensazione. Secondo il rapporto “Città e demografia d’impresa” di Confcommercio, tra il 2012 e il 2025 il centro storico di Terni ha perso circa un quarto delle attività commerciali, passando da 388 a 291 negozi (-25%). Anche nell’ultimo anno analizzato il calo è proseguito (-4%), segnale che la tendenza non si è ancora arrestata.

Le cause sono molteplici: l’espansione dell’e-commerce, la concorrenza dei grandi poli commerciali, il cambiamento delle abitudini di consumo, la diminuzione dei residenti nel centro storico, la difficoltà di ricambio generazionale e costi di gestione sempre più elevati.

Non tutto, però, è fermo. Mentre diminuiscono i negozi tradizionali, crescono bar, ristoranti e attività legate al tempo libero. È una trasformazione che può rappresentare un’opportunità, ma anche un rischio: quello di avere un centro storico frequentato solo in alcune ore della giornata e sempre meno capace di offrire servizi ai residenti.

La sfida, oggi, non è semplicemente riempire le vetrine vuote. È ripensare il ruolo del centro cittadino. Servono incentivi per nuove imprese, affitti più sostenibili, eventi che attraggano visitatori da fuori città, maggiore accessibilità, una valorizzazione del patrimonio storico e culturale e un progetto condiviso tra amministrazione, associazioni di categoria e imprenditori.

Quale futuro vuole costruire Terni per il proprio cuore storico?

Perché un centro vivo non si misura dal numero delle persone che lo attraversano, ma da quelle che scelgono di fermarsi, lavorare, acquistare e vivere i suoi spazi.

Fabrizio Ricci Feliziani

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