Todi città degli Arcieri 2026: il costume storico e la ricerca di Elena Guerrieri

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Si è appena conclusa la sedicesima edizione di Todi città degli Arcieri, che dall’1 al 3 maggio ha animato il centro storico con gare, cortei e rievocazioni. Un appuntamento ormai consolidato, capace ogni anno di restituire un po’ di Medioevo cittadino. E accanto alla precisione degli arcieri, premiati a fine evento in Piazza del Popolo, un elemento contribuisce in modo significativo alla riuscita della manifestazione: il costume storico. Tessuti, colori, tagli e accessori non sono semplici elementi scenografici, ma il risultato di uno studio attento. In questo percorso emerge l’opera di Elena Guerrieri, docente e coordinatrice dell’Istituto di Moda Burgo di Roma e insegnante di modellistica e sartoria presso AFAM Perugia.

Romana di nascita e tuderte d’adozione, la Guerrieri ha trasferito a Todi non solo la sua vita, ma anche un laboratorio che è diventato un centro di eccellenza per la sartoria storica con un’attenzione particolare allo studio e alla ricostruzione del costume medievale. “È un’epoca tutt’altro che buia – spiega – e offre spunti molto interessanti, anche dal punto di vista dell’abbigliamento”. Il suo lavoro ha contribuito a elevare il livello di accuratezza delle rievocazioni, intervenendo anche sui costumi, resi sempre più coerenti con la fine del Duecento, della Disfida di San Fortunato, manifestazione che prende vita in ottobre.

L’abbiamo incontrata tra i banchetti allestiti in piazza e sotto i Voltoni, tra i vari momenti delle attività in corso, insieme a Rita Ambrogi e Patrizia Durastanti, che collaborano con lei e con il comitato organizzatore. Intorno, gli arcieri in movimento verso le postazioni delle ‘tenzoni’, i figuranti in attesa, gli ultimi aggiustamenti ai costumi prima della sfilata. “La realizzazione di un abito storico – chiarisce la Guerrieri – richiede competenze tecniche, ma anche studio delle fonti. Iconografie e documenti diventano strumenti indispensabili per comprendere materiali e funzioni degli abiti, per calarsi nella mentalità del periodo”.

Un approccio che unisce rigore e ricerca, come dimostra la sua analisi sociale del colore: “A volte anche le tinte ci parlano. Sappiamo da Boccaccio, ad esempio, che il blu si otteneva dopo diversi bagni: il più leggero era ottenuto con meno passaggi e quindi la stoffa di quella tinta era destinata a chi aveva una minore possibilità economica. Il blu intenso, più pregiato e costoso, era riservato esclusivamente ai più ricchi”.

Ma è sul piano tecnico che la sfida si fa affascinante. “La modellistica dell’epoca  – prosegue la curatrice dei costumi storici tuderti – era molto più all’avanguardia di quella che conosciamo oggi. Recentemente ho replicato un farsetto del 1364 (l’originale appartenuto a Carlo di Blois è conservato a Lione): si tratta di una vera opera di ‘ingegneria tessile’, con un giro manica complessissimo. Per riprodurlo interamente a mano, ho impiegato ben 100 ore di lavoro”.

Il risultato di questo impegno è visibile proprio in manifestazioni come quella tuderte appena conclusa, dove il costume storico si inserisce naturalmente nel racconto. E mentre cala il sipario sulla XVI edizione, resta la sensazione che a Todi la storia sia rievocata, studiata e restituita con amore, anche attraverso il linguaggio silenzioso, ma eloquente, degli abiti.

Maria Vittoria Grotteschi

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