Todi, riflessione su “Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata”

ungheria 1956

A sessant’anni dalla rivoluzione in Ungheria nel 1956, a Todi un’analisi sugli avvenimenti, i personaggi e le implicazioni storiche e politiche di quegli eventi
Tra pochi mesi saranno trascorsi 60 anni dagli eventi che portarono alla Rivoluzione ungherese, alla sollevazione popolare, cioè, di spirito anti-sovietico scaturita nell’allora Ungheria socialista nell’ottobre- novembre 1956 e che venne alla fine duramente repressa dall’intervento armato delle truppe sovietiche. Morirono circa 2.700 ungheresi di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione, e 720 soldati sovietici. I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell’Ungheria) furono gli ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del bolscevismo nelle nazioni occidentali.

“Perché Togliatti aveva brindato nel 1956 dopo la repressione sovietica a Budapest, e perché solo dodici anni dopo, in una simile situazione a Praga, il PCI avrebbe “riprovato” l’occupazione?” – si chiede infatti Federigo Argentieri, tra gli storici che più hanno studiato quegli eventi – “Certo non perché la dinamica dei fatti era stata diversa, ma perché era cambiato il PCI, che con Longo aveva cominciato a prendere le distanze da Mosca. Ma l’autonomia, pur progredita sotto Berlinguer, non divenne mai definitiva, soprattutto sul piano intellettuale, al punto che ancora oggi molti storici e qualche politico esitano o rifiutano di prendere atto delle “dure repliche della storia”, soprattutto per quanto riguarda Togliatti.”

Federigo Argentieri, che insegna storia e politica internazionale alla John Cabot University di Roma e che da anni si è specializzato nelle problematiche dell’Europa Orientale, Occidentale e nelle relazioni transatlantiche, sarà a Todi sabato 14 maggio per incontrare gli studenti del Liceo Jacopone da Todi e la cittadinanza e approfondire questa pagina di storia europea che molte conseguenze ha avuto anche sulla vicende politiche italiane.
L’incontro è sostenuto dal Rotary Club di Todi con il patrocinio del Comune di Todi e della Fondazione Ranieri di Sorbello e si terrà presso la Sala del Consiglio Comunale di Todi a partire dalle 9,30. Oltre ai saluti iniziali del sindaco Carlo Rossini sono previsti gli interventi del professor Sergio Guarente, Dirigente scolastico del Liceo Jacopone da Todi e Presidente del Rotary Club Todi, e del professor Ruggero Ranieri di Sorbello.

La rivoluzione ungherese ebbe iniziò il 23 ottobre 1956 con una manifestazione pacifica di alcune migliaia di studenti, inizialmente a sostegno degli studenti della città polacca di Poznań dove una manifestazione era stata violentemente repressa dal governo, e si trasformò in una rivolta contro la dittatura di Mátyás Rákosi e contro la presenza sovietica in Ungheria.

In poco tempo molte migliaia di ungheresi (oltre agli studenti soprattutto operai ed intellettuali) si aggiunsero ai manifestanti e sostennero la rivolta E’ stato calcolato che circa il 60% di essi aveva meno di trentacinque anni.

La svolta si ebbe il 4 novembre quando l’Armata rossa arrivò alle porte di Budapest con circa 200.000 uomini e 4000 carri armati, più di quanti Hitler ne avesse scagliati nel giugno del 1941 contro l’Unione Sovietica nell’Operazione Barbarossa, e diede vita ad una violenta repressione. La sproporzione abissale delle forze in campo fu tale che la resistenza ebbe comunque vita brevissima.

Imre Nagy, leader della rivolta e speranza per quanti credevano attuabili le aperture lasciate intravedere da Krusciov, venne processato e condannato a morte dopo un processo a porte chiuse durato cinque giorni. A favore della sua condanna a morte votò, insieme a tutti gli altri leader comunisti riuniti a Mosca, anche l’allora segretario del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti che chiese, però, di rinviare l’esecuzione a dopo le imminenti elezioni politiche italiane. L’invito fu accolto e Imre Nagy venne impiccato il 16 giugno 1958. A Pietro Ingrao, che era andato a trovarlo subito dopo l’invasione per confidargli il suo turbamento, riferendogli di non avere dormito la notte, Togliatti rispose: «Io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più».

Anche Giorgio Napolitano, ex Presidente della Repubblica italiana (nel 1956 responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI), si schierò a favore della repressione sovietica condannando come controrivoluzionari gli insorti ungheresi. “L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma alla pace nel mondo” si spinse a dire.

Pochi mesi dopo la caduta del regime “comunista”, nel trentatreesimo anniversario della rivoluzione, il 23 ottobre 1989 venne ufficialmente proclamata la Repubblica d’Ungheria. Solo allora Imre Nagy e tutte le altre vittime della rivolta del ’56 poterono essere riabilitate. Il funerale di Nagy fu “ripetuto” il 16 giugno 1989. Per il Partito comunista italiano, che un paio di anni dopo si chiamerà PDS, partecipò ai funerali Achille Occhetto, l’allora segretario.
Michail Gorbaciov ammetterà come errore quello del ’68 a Praga ma non quello del ’56 a Budapest. L’11 e il 12 novembre 1992 il presidente russo Boris Eltsin, succeduto a Gorbaciov, in visita a Budapest, rese omaggio ai caduti della rivoluzione, chiese scusa al Parlamento ungherese per l’invasione e consegnò al governo ungherese i documenti sovietici sulle vicende del ’56.

Molti intellettuali iscritti o simpatizzanti del PCI si dimisero dal Partito – tra di essi Antonio Giolitti, Italo Calvino, Elio Vittorini, Eugenio Reale, Vezio Crisafulli, Natalino Sapegno, Domenico Purificato, Loris Fortuna, Antonio Ghirelli – ovvero ne presero le distanze in maniera netta dopo l’appoggio dato all’invasione sovietica, in ciò unendosi alla critica nei confronti dell’invasione formulata pubblicamente da chi aveva già abbandonato da tempo il partito come Ignazio Silone. Tale presa di posizione fu favorita da Giuseppe Di Vittorio e dalla corrente autonomista del Partito Socialista Italiano, in particolare Pietro Nenni, che condannò senza riserve la repressione.

A 50 anni di distanza dai fatti accaduti in Ungheria nel 1956, Giorgio Napolitano, nella sua autobiografia politica Dal PCI al socialismo europeo, parla del suo “grave tormento autocritico” riguardo a quella posizione, nata dalla concezione del ruolo del Partito comunista come “inseparabile dalle sorti del campo socialista guidato dall’URSS”, contrapposto al fronte “imperialista”. Il 26 settembre 2006 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita ufficiale in Ungheria, rese omaggio al monumento ai caduti della rivoluzione e alla tomba di Imre Nagy, confermando definitivamente di aver superato le posizioni assunte dall’allora PCI di cui faceva parte.

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