E’ interessamte parlare di un frammento del passato medievale di Terni, la Torre Barbarasa, collocata nel cuore del centro storico di Terni, correndo lungo quella che era la linea del cardo maximus romano, oggi via Roma. Da piazza delle Repubblica a scendere, superando a sinistra Palazzo Spada, a destra, un’altra icona locale, il cinema Politeama, per poi percorrere qualche centinaia di metri ed alzare la testa per vederla svettare solida e placida.
La torre, costruita su una struttura già esistente fin dal XIII secolo, venne elevata e utilizzata dalla potente famiglia dei Barbarasa, che nel XV e XVI secolo deteneva un ruolo significativo nel tessuto socio-politico cittadino. La pianta quadrata, l’altezza slanciata, la pietra a vista, elementi tutti che ancora oggi rievocano quel doppio ruolo di abitazione e difesa tipico delle “case-torri” medievali.
In quell’epoca a Terni si contavano circa 300 torri, che facevano della città una “mini San Gimignano”: purtroppo la Torre Barbarasa è una delle pochissime rimaste integre.
C’è un evento storico che però al di là di ogni valore artistico, la rende di particolare significato per ogni ternano e per ogni visitatore interessato a conoscere la storia locale: durante l’epidemia di peste che nel 1657 colpì la città, il vescovo Sebastiano Gentili salì sulla torre con la reliquia del “Preziosissimo Sangue” dalla vicina Cattedrale, e da lì benedì la città per scongiurare la calamità. Una lapide sulla muratura ricorda quell’evento, una testimonianza che unisce fede, memoria urbana e resilienza comunitaria.
E’ difficile rubare l’attenzione ai nostri pensieri nella frenesia quotidiana. Ma ogni passante che ha modo di passarci accanto, può cogliere l’occasione per una breve riflessione su quanta storia i muri sanno raccontare, su come l’identità urbana e la memoria siano costruite anche da queste altezze che dominavano la città, ed infine su quanto valore abbia un patrimonio che non va solo preservato, ma anche interpretato per il futuro.
Terni oggi è un’altra cosa, le torri sono state distrutte, il profilo urbano ha preso altre vie, ma un segno di quella memoria storica, rapisce l’attenzione dei più attenti.
Fabrizio Ricci Feliziani
