Urbano Barberini e l’insostenibile leggerezza della nobiltà

urbano barberini

Con “Barbari, Barberini e barbiturici – Tragedie ridicole di un Principe sulle spine” Urbano Barberini ha portato in scena al Todi Festival la sapida ironia, il talento e la grande quantità di aneddoti che una famiglia come la sua colleziona da secoli.

In una Roma dove palazzi, piazze, cinema e fermate della metro portano il suo nome, seppur da diagonali dimetralmente opposte rispetto a quelle di chi scrive, Urbano e la sottoscritta si trovano a vivere i “vivaci” anni ’70 e ’80 nella capitale, o meglio, nella Roma bene dei Pariolini alto borghesi e  fascisti. Lui perché iscritto in una esclusiva scuola privata, dove viene bullizzato per la sua innata eleganza e indiscussa educazione, io perché figlia di agricoltori umbri emigrati a Roma in cerca di maggior fortuna; nel mio caso ho evitato il bullismo perché totalmente trasparente, ma ho riconosciuto i soggetti.

Anche le prime fortune del Principe come attore di film horror con produzioni romane un po’ alla “volemose bene” mi hanno ricordato la mia esperienza proprio in quel filone editoriale: oltre a Lamberto Bava sfornavano film registi come Lucio Fulci e Umberto Lenzi, solo per citare i più famosi, sempre con pochi soldi e molta fantasia, con quella intraprendenza un po’ cialtrona, propria del cinema non proprio di primo livello sulle rive del Tevere.

Le caricature delle sue donne (la nonna Nadia amante degli alcolici e la mamma Myrta troppo impegnata con il jet set per prendersi cura del nobile pargolo) sono esilaranti, come la fumosa assenza del padre, as always.

Poi, avventure, disavventure che sarebbero riuscite a far desistere chiunque dal voler pervicacemente riuscire nella carriera d’attore; la costante, ingombrante mancanza della figura materna, trovata poi, finalmente, proprio grazie alla recitazione, nel profondo legame instaurato con la grande Franca Valeri.

Tutto sommato, quindi, non tutto è perduto: in ottemperanza al legato di papa Urbano VIII arriva anche l’erede maschio, seppur in non più giovanissima età: l’adorato Maffeo (sul nome non è possibile opinare).

Avventure e sventure che accomunano nobili e plebei, non per nulla anche le api, una volta erano dei rustici tafani…

Benedetta Tintillini

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