Paolo Calandrini, medaglia d’onore per il prigioniero dei tedeschi

paolo calandrini

Matricola numero 164049. Campo di lavoro 6133, Stalag XI B a Fallingbostel, Bassa Sassonia. Paolo Calandrini ha 23 anni quando viene richiamato alle armi. Incarico da mitragliere, sesto battaglione di corpo d’armata di Bologna. E’ in servizio a Ragusa quando, l’8 settembre, insieme ai suoi compagni si consegna ai tedeschi che lo portano nel lager XI B.

“Papà non ha mai parlato volentieri degli anni della prigionia” spiega Davide Calandrini, figlio di Paolo, che, lo scorso 28 gennaio in Prefettura a Perugia, ha ritirato la medaglia d’onore in memoria di suo padre concessa dal Presidente della Repubblica. “Faceva molta, molta fatica a ricordare quegli anni. Quando gliene chiedevamo conto lui cambiava discorso, girava la testa e parlava d’altro”. Paolo Calandrini venne rinchiuso nel campo di concentramento Stalag XI B, originariamente costruito come alloggio per lavoratori e, successivamente, recintato e riconvertito. Verso la fine del 1939 al campo arrivarono i primi prigionieri polacchi, seguiti, l’anno successivo, da francesi e belgi. Alla fine del 1940 risultavano registrati nello Stalag XI B circa 40.000 prigionieri, anche se solo 2.500 di questi erano alloggiati lì, mentre la maggioranza era assegnata ai vari campi di lavoro, o alle fabbriche distribuite nella zona.

Anche Calandrini viene messo a lavorare in una fonderia, una fabbrica metallurgica riconvertita per la produzione di materiale bellico. “Lo pagavano, addirittura – racconta Davide Calandrini – con una moneta che non abbiamo mai saputo quale fosse, anche perché papà non la convertì mai, dato che quando liberarono il campo pensò solo a riportare a casa la pelle, senza curarsi di nessun’altra cosa”.

Calandrini, in Germania, vive con altre decine e decine di prigionieri le stesse durissime condizioni: fame, freddo, fatica estrema. L’affollamento del campo contribuiva a creare condizioni igienico-sanitarie ai limiti, che al freddo e alla fatica, negli anni, aggiunsero un’ epidemia di tifo che causò molti decessi tra i prigionieri. “Non avevano praticamente nulla da mangiare: papà, quando da piccolo non volevo mai sedermi a pranzo, mi diceva che di notte fuggiva dal campo rischiando la vita per andare a rubare le bucce di patate ai maiali”.

Il 16 aprile 1945 il campo viene finalmente liberato: Paolo Calandrini torna a casa ad agosto, percorrendo a piedi gran parte del percorso, e la restante con mezzi di fortuna o passaggi. Si ferma a Pesaro, dove vivono le sue cugine, cercando ristoro e riposo: gli viene chiusa la porta in faccia, perché non lo riconoscono. E’ troppo magro, deperito, sofferente.

“Papà ha visto morire tanti dei suoi compagni – racconta oggi il figlio Davide – lui ebbe la forza di riprendersi, di ricominciare a vivere, ma non ebbe mai voglia di raccontare. Pezzi di racconti, aneddoti estemporanei, ma nulla di più. Ho provato insieme a mia sorella a ricostruire passaggi e vicissitudini, specie ora che non c’è più, perché la sua memoria non vada perduta”. Alla memoria di Paolo Calandrini e a quella di altri uomini e donne che hanno vissuto le sue stesse sofferenze, ieri il Presidente della Repubblica, dalle mani del vicesindaco di Gubbio Alessia Tasso, ha dedicato la medaglia d’onore.

“Un riconoscimento necessario, una storia da continuare a raccontare – sottolinea anche il sindaco Filippo Stirati – affinchè la memoria famigliare divenga memoria collettiva, quale possibilità di nutrimento e collante della comunità. Al signor Calandrini come a tutti i protagonisti di quei tragici avvenimenti va restituita però non solo la memoria, ma anche l’impegno affinché  tragedie simili non abbiano a ripetersi e i giovani non dimentichino questa pagina tragica della nostra storia”.

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