Trasimeno: assistere impotenti alla scomparsa del canneto

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Paesaggio modificato, perdita di specie ornitologiche rare a favore di quelle più comuni, impoverimento delle biodiversità: in poche parole una vera e propria “rivoluzione ambientale”.

Numerosi gli esperti, tra biologi, chimici, ornitologici, ittiologi e storici, intervenuti al convegno presso l’Oasi “La Valle” di San Savino, dal titolo “Il declino del canneto del Trasimeno”, tutti concordi nel giudicare il fenomeno in atto una “sindrome” che non può essere più sottovalutata. Il “die-back”, ovvero moria, delle distese di cannuccia palustre, da sempre elemento identificativo del lago Trasimeno, è un fenomeno studiato dagli anni ’90 in Europa centrale e settentrionale, che nell’ultimo decennio sta affliggendo anche gli ambienti palustri a noi vicini, compresi il Lago di Chiusi e il Lago di Montepulciano.

Il fenomeno è complesso e si manifesta attraverso vari sintomi, tra i quali la crescita della cannuccia in cespi ed il ritiro dalle zone sommerse. Stiamo assistendo inermi, è il pensiero degli studiosi, alla rapida scomparsa del canneto, un ecosistema di primaria importanza per il suo ruolo di habitat per la fauna, di stabilizzatore del suolo, di regolatore del microclima, di purificatore delle acque, solo per citarne alcuni. Al Trasimeno è soprattutto nella zona de La Valle che l’arretramento si manifesta con maggiore evidenza. Basti pensare che qui tra gli anni ’50 e il 2007 il canneto si è ridotto dell’89%.

Sono molti e gravi gli effetti prodotti da questa moria, non solo perché viene meno un habitat ideale per specie ittiche autoctone quali il luccio o la tinca, ma anche per un impoverimento della biodiversità di flora e vegetazione. Tale declino è testimoniato anche dagli studi ornitologici: undici anni consecutivi di monitoraggi su 53 punti di campionamento dell’avifauna nidificante distribuiti lungo l’intero perimetro del lago hanno evidenziato che le specie di uccelli tipiche delle zone umide stanno diminuendo; al contrario stanno aumentando le specie degli ambienti terrestri, in particolare quelle forestali. Questo processo sta determinando la perdita di specie rare, sostituite da altre molto più comuni, con conseguente diminuzione del valore conservazionistico del popolamento di uccelli nidificanti.

Non sono ancora state individuate con esattezza le cause che stanno determinando questa profonda trasformazione ambientale, ma senz’altro sul canneto hanno influito negativamente la regolazione artificiale del livello delle acque del lago, l’inquinamento e l’antropizzazione, l’accumulo di sostanze tossiche, la scomparsa della fascia di rispetto tra colture e lago, la scomparsa della pratica dello sfalcio. Tutti fattori che hanno innescato un rapido quanto anomalo processo “di non ritorno”.

Delle prime proposte che affrontino il problema sono giunte dal sindaco di Magione Giacomo Chiodini che ha illustrato una sorta di decalogo che si spera possa essere fatto proprio dal nuovo piano di gestione del Parco in fase di revisione. Tra i punti principali vi è la proposta di coltivazione del canneto, la reintroduzione dello sfalcio, forme di selezione della fauna in eccesso, la lotta all’interramento del lago, una corretta manutenzione dei fossi. Chiodini ha anche invitato il mondo scientifico ad esprimersi sulla fattibilità di immissione diretta di acqua nel lago in caso di piena del Tevere.

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