Accademia della Crusca: basta con “location” e “step”!

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Il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini:

“Fare a meno delle parole straniere quando sono inutili”

 

Basta con le inutili parole inglesi disseminate qua e là nella lingua italiana parlata e scritta. Basta esibire l’inglese per finta, usando qualche parola facendo credere così di conoscerlo. Gli italiani possono fare a meno di ricorrere ad anglismi come “location” per indicare il luogo in cui è collocato un palazzo o un evento, “step” per indicare le tappe di una programmazione, “mission” per indicare un compito o una missione, “competitor” o “performance”.

Lo stop alle parole superflue arriva dal professore Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, che a Firenze, nella sede della più antica istituzione linguistica del mondo, ha tenuto la relazione intitolata “Perché in Italia si è tanto propensi ai forestierismi”, in apertura al convegno di studi “La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi”.

“Le ragioni per le quali in Italia si è tanto propensi al forestierismo – ha spiegato Marazzini – mi paiono le seguenti: manca troppo spesso il senso di identità collettiva che rende uno stato saldo nella coscienza dei cittadini; manca una buona conoscenza della propria storia e della propria lingua tale da restituire il senso di appartenenza alla cultura nazionale“.

Il cittadino italiano, fuor che per il cibo, e anche per questo oggi meno di un tempo, è non di rado una specie di apolide, anche se spesso svantaggiato e poco integrabile all’estero. Con queste basi e radici, i giovani sono facilmente pronti a staccarsi dalla realtà nazionale e a tagliare i ponti, quei pochi che restano – ha osservato il linguista Claudio Marazzini – La classe dirigente soffre di un altro vizio, che a sua volta favorisce il forestierismo: cambiare le parole costa poco o nulla, e a volte dà l’illusione di aver cambiato le cose”.

“Oggi molti sottoscriverebbero queste affermazioni, collocandosi tuttavia, nonostante ciò, nella folta schiera degli avversari dell’italiano. Mi spiego meglio: c’è chi pratica una sorta di raffinato purismo e rifiuta sdegnosamente i termini stranieri, pronto a condividere argomentazioni come quelle che ho fin qui esposto, ma allo stesso tempo si schiera a favore di un uso totale dell’inglese in settori in cui di fatto avviene l’emarginazione dell’italiano – ha detto ancora il presidente dell’Accademia della Crusca – Questo atteggiamento, in realtà, è ancora più pericoloso di quello proclive a ogni sorta di forestierismo. Infatti non si può ridurre l’italiano nella riserva indiana senza ucciderlo”.

Il problema, ha aggiunto amaramente Marazzini, è che “l’italiano non è una lingua davvero amata dai suoi utenti, al di là delle dichiarazioni superficiali, tanto è vero che gli italiani, sia i giovani sia i vecchi e adulti, sono gli ultimi nelle classifiche sulla capacità di comprendere un testo, come si ricava dai dati Ocse 2013, indagine Piaac”.

L’economista Michele Pellizzari riassumendo e commentando i risultati dell’indagine Piacc offre anche una sua ricetta non banale: “Per superare la crisi occorre che gli italiani imparino a scrivere, anche senza esibire l’inglese per finta, parlandolo per gioco nelle occasioni in cui non è affatto necessario”.

Analogamente, ha concluso il presidente dell’Accademia della Crusca, “sarà il caso di usare gli anglicismi con sobrietà, cercando di discernere i casi in cui sono utili, in cui ci permettono di comunicare meglio con il mondo, e i casi in cui se ne può fare a meno con vantaggio per la chiarezza e semplicità comunicativa”.

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