Urbano Barberini, per l’esattezza Principe Urbano Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra, è il penultimo discendente del ramo principale della famiglia aristocratica romana che donò alla capitale i maggiori capolavori del periodo rinascimentale. Attore, autore e scrittore, ha portato con successo in scena al Todi Festival 2025 “Barbari, Barberini e barbiturici”, esilarante flusso di coscienza per la regia di Damiano Falleri, oltre ad essere in libreria con il volume “La bellezza nel destino” per i tipi di Sperling & Kupfer.
Esordisco per la mia intervista, pensando di essere divertente, con l’affermazione: “dovrei avercela con lei per la questione del Pantheon…”:
“E’ una vita che faccio i conti con la frase “Quel che non fecero i Barbari lo fecero i Barberini”! E’ il caso di inquadrare storicamente l’episodio che ha suscitato questa affermazione nei confronti di papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, da parte di Monsignor Carlo Castelli (sul quale peraltro si è abbattuta la punizione divina, visto che fu colpito da una grave malattia!). Roma aveva perso la sua centralità politica e il mio avo, conscio del potere della bellezza e dell’arte, chiese a Gian Lorenzo Bernini di concepire un’opera che colmasse l’enorme vuoto che si ergeva dalla tomba di Pietro alla sommità della cupola di Michelangelo; il progetto era imponente, ma la quantità di bronzo necessaria era altresì proibitiva. Furono utilizzati quindi i rivestimenti delle travi del pronao del Pantheon, trasformando degli elementi architettonici insignificanti in pura bellezza”.
Ascoltando i suoi racconti mi chiedo: cosa significa essere Principe oggi?
“A mio avviso essere Principe vuol dire, come per ogni altro ruolo professionale o istituzionale, essere fedeli al proprio mandato, compiere bene il proprio dovere. Nel mio caso, oltre alla realizzazione professionale, il mio ruolo è prendermi cura dei beni della Fondazione, uno spicchio di campagna romana a ridosso di Villa Adriana a Tivoli, dei quali sono rientrato in possesso dopo una battaglia legale durata quasi vent’anni. Tali proprietà spettano di diritto, come stabilito proprio da Papa Urbano VIII, al primogenito del ramo principale della famiglia Barberini. Tali possedimenti, seppur depauperati, rappresentano l’ultimo angolo di campagna romana che io e mia moglie continuiamo a difendere strenuamente dal degrado”.
Lo spettacolo che ha portato a Todi è un compendio di aneddoti della sua vita, immagino che abbia materiale per scriverne molti altri attingendo alla storia della sua casata…
“Moltissimi sono contenuti nel mio libro che ha per sottotitolo “Le api, il Principe, l’eredità della famiglia Barberini”, dove ho voluto raccogliere le vicende della mia famiglia e i ritratti dei personaggi di spicco che hanno segnato la storia e la cultura del nostro Paese. Da Maffeo a Maffeo: dal capostipite Papa Urbano VIII a mio figlio, in una storia lunga cinquecento anni. Ciò non toglie che da gennaio inizierò a lavorare alla nuova pièce teatrale, la mia vita è densa di episodi e c’è ancora molto da raccontare!”.
Raccontarsi davanti al pubblico, nelle proprie fragilità o nei ritratti caricaturali delle donne della sua famiglia, è un po’ come una seduta di psicoterapia?
“E’ proprio così! Verbalizzare le proprie difficoltà e i propri fantasmi è già terapeutico di per sé, condividere poi le proprie fragilità in pubblico fa sì che l’ascoltatore si identifichi con il personaggio che ha davanti, portando alla consapevolezza che tutti siamo accomunati dalla natura umana, a prescindere dal censo o dal denaro posseduto. Condurre a questo processo di identificazione attraverso l’ironia e la risata è quanto di più salvifico in questo periodo storico così duro e complicato. Mai come in questo momento, nel quale sembra che chi ha il potere abbia perso il lume della ragione, l’empatia e l’ironia, con una buona dose di leggerezza, sono merce preziosa”.
Benedetta Tintillini
