E’ il racconto crudo e vero che fa emergere l’importanza delle parole, di quello che si può dire e chiamare e di quello che evoca una parola: Zingaro. “Non si può dire… sono ladri, senza radici, figli di nessuna terra amici di nessuno…”
Il dialogo è tensivo, roboante, fatto di spasmi, urla e forza che danno allo spettacolo un ritmo incessante nell’ora e mezzo di Bùbaro dei Bùbari.
Ma chi è Bùbaro, che lingua è Bùbaro, che colore ha Bùbaro, come si presenta Bùbaro?
Il legame con l’infanzia di Carolina salda la narrazione, il suono di questo titolo suscita simpatia.
Bùbaro, come descrive Carolina “era uno che viveva all’aperto o sulle scale… poteva far paura perché si nascondeva e perché non aveva niente da perdere, ma non era un mostro, anche se la gente pensava lo fosse. La mamma me lo raccontava come un uomo che era un prodigio incontrare, ma da cui aspettarsi di tutto”.
Il nomade, lo zingaro, stereotipi razzisti che associamo ai ladri e che fuggiamo e nulla altro vogliamo conoscere.
La scenografia grida con una enorme scritta al neon ”Sta Cazzo di Terra”.
Estremo e convulso, lo spettacolo entra con impeto lasciandoti smarrito in cerca di comprensione, arriva correndo, ma lascia spazi bianchi per capire come la paura guida e governa l’animo.
