Moni Ovadia, il cantore della memoria yiddish che ha per casa il mondo

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Moni Ovadia, intellettuale raffinato e instancabile attivista, cittadino del mondo e cantore della cultura yiddish, attore, scrittore e cantante di spessore slegato da logiche opportunistiche, un cittadino che fa politica ma che non piace alla politica… Da sempre impegnato nello studio e la divulgazione della cultura Yiddish, ovvero l’insieme della lingua, le tradizioni e le trasformazioni culturali che hanno caratterizzato la presenza ebraica nel cuore dell’Europa, Moni Ovadia si è da anni schierato contro la politica di Israele e le atrocità subìte dal popolo palestinese, accusando la politica israeliana di ultranazionalismo e di utilizzare la propaganda sull’antisemitismo per perpetrare crimini verso la Palestina.

Lo intervistiamo nel suo camerino del Teatro Nuovo Giancarlo Menotti a Spoleto, in occasione dello spettacolo “Cabaret Yiddish” con Moni Ovadia e la Stage Orchestra formata da Maurizio Dehò (violino), Paolo Rocca (clarinetto), Albert Florian Mihai (fisarmonica), e Luca Garlaschelli (contrabbasso), proposto dal Festival di Spoleto quale appuntamento delle feste.

Signor Ovadia, innanzitutto, qual è il suo rapporto con la religione?

Io non sono una persona religiosa, dopo una posizione agnostica mi dichiaro ateo, ritengo che, qualora ci fosse un dio, sarebbe un dio totalmente assente. La mia posizione non inficia il mio rispetto per le forme di religiosità che apprezzo nelle loro liturgie, ciò che non tollero è l’intrusione della religione nella vita privata delle persone, dettandone la morale. Scopo della religione dovrebbe essere quello di celebrare e santificare. La religione dovrebbe portare conforto, non terrore, dovrebbe accogliere e non escludere. Le regole sono solo un sistema per esercitare il potere, questo uso della religione lo ritengo luciferino. Io rispetto e ammiro chi ha il dono della fede e chi, nella fede, trova conforto, ritengo che ognuno ha il diritto di vivere o morire come crede.

La nostra cultura è permeata dalla religione dalla quale non può prescindere…

Sicuramente non si può prescindere dai monoteismi come punto di riferimento. Nella Bibbia come nel Talmud c’è scritto che tutti gli uomini hanno un antenato comune, ciò per assicurare la pace e per evitare che qualcuno possa dire che il proprio progenitore sia migliore di quello di un altro. Sempre in un libro del Talmud è scritto che il mondo si sostiene su tre cose: giustizia, verità e pace: il governo israeliano è quanto di più lontano da questi insegnamenti.

Ha anticipato la mia prossima domanda: non passa giorno che non sentiamo dire “mai più genocidi, mai più Olocausto”, ma sembra che Israele si stia comportando come il proprio carnefice, che cosa hanno imparato gli ebrei al potere in Israele dall’Olocausto?

Non hanno imparato niente, nel modo più assoluto. Gli atti di violenza e di sopraffazione, tanto condannati, verso il popolo palestinese sono all’ordine del giorno, gli israeliani stanno tristemente ripercorrendo l’esempio dei fascisti. Il nazionalismo di Israele è quanto di più lontano dalla mia cultura e nulla ha a che fare con la cultura Yiddish, è per questo che coltivo questo mondo che ha glorificato l’esilio, di cui è fatta gran parte della storia dell’ebraismo. Il nazionalismo, a mio avviso, è la più grande pestilenza che abbia colpito l’umanità, la terra di Israele è permeata da una grande spiritualità e non può quindi appartenere ad una nazione, oltre al fatto che su 4000 anni di storia ebraica, 3200 sono stati vissuti fuori da quella terra. Io non mi sento assolutamente israeliano, seppur ebreo.

Lei a quale nazione sente di appartenere?

Io mi sento italiano solo per una ragione: per la Costituzione Repubblicana nella quale mi riconosco, null’altro. Per il resto io mi sento cittadino del mondo, il sangue non conta nulla, ognuno è espressione della cultura del luogo dove viene educato, sono di esempio gli ebrei che hanno reso grandi gli Stati Uniti, lo spostamento degli uomini è sempre fonte di arricchimento per la terra che li ospita.

Parlavamo delle regole dettate dalla religione, ma qual è il suo rapporto con le regole?

Le regole sono necessarie per una convivenza civile, la Costituzione è un insieme di regole di convivenza, la maggior parte delle quali, ahinoi, vengono disattese: si recita che gli uomini sono tutti uguali davanti alla legge, mi dica lei se ciò si verifica nella realtà… Ora c’è un Papa che vuole far rispettare le regole del Vangelo, purtroppo molti sedicenti credenti il Vangelo non l’hanno mai letto, o i suoi insegnamenti restano chiusi fra le pagine e non vengono messi in pratica, ognuno si fa la propria religione a proprio uso e consumo.

La lingua e la cultura Yiddish: quante persone capiscono questo idioma?

Lo capiscono in pochi, sicuramente, ciò nonostante è una lingua viva, parlata soprattutto dagli ortodossi (quelli anti sionisti). E’ una lingua di ceppo germanico, con influssi di una molteplicità di lingue dalle slave all’aramaico, quelle parlate dalle popolazioni degli stati dove ripararono gli ebrei dopo la cacciata dalla Germania, a seguito della peste del 1348 della cui diffusione furono incolpati.

Parliamo un po’ di spettacolo: io non posso non esprimerle tutta la mia ammirazione per la sua versione de “Le supplici” di Eschilo che ha portato in scena al Teatro greco di Siracusa nel 2015: una rilettura originale di un classico in una edizione estremamente coinvolgente.

E’ stato il mio primo approccio con una tragedia, per mia scelta l’ho proposta in ottava rima siciliana con inserti in greco, è stato un lavoro immenso ma di grande soddisfazione.

Non ha mai pensato di riproporlo? Molti come me immagino saluterebbero con entusiasmo l’opportunità di assistere dal vivo ad una replica!

Per pensare lo abbiamo pensato… Ma ci sono problemi di ordine pratico, primo fra i quali il denaro necessario, senza contare il fatto che io venga considerato un terrorista e che quindi non possa godere di alcun appoggio.

Chi è che la considera un terrorista?

Sono considerato un terrorista da gran parte degli ebrei italiani e da alcuni politici… si chieda come mai, all’età di 74 anni, io non diriga un teatro…

All’apice di una lunga carriera come la sua un incarico quale la direzione di un teatro è il segno tangibile di un riconoscimento di quanto fatto, ma se ciò vuol dire scendere a patti con la propria coscienza ciò va solo a suo onore…

Lo credo anch’io ma siamo in pochi a pensarlo, guardi, non ho rimpianti… anzi si, ne ho uno: non poter fare qualcosa per i giovani.

Concludiamo l’intervista con la domanda di rito: a quali progetti sta lavorando in questo momento?

A settembre sarò a Mosca, poi, il prossimo dicembre a Palermo realizzerò un grande progetto: una performance teatrale sotto forma di installazione artistica, illustrerò, attraverso la poesia, la condizione palestinese in rapporto alla condizione del mondo ebraico dell’esilio. Senza commistioni con la politica, intendo solo porre il problema attraverso trasfigurazioni poetiche, la mia sarà una performance accompagnata da immagini e proiezioni della durata di 40 minuti, da vedere in piedi, replicata una serie di volte. Utilizzerò brani da classici del teatro yiddish per porre solo una domanda: come può, una nazione armata fino ai denti, rappresentare un popolo che non ha mai saputo usare violenza?

Benedetta Tintillini

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