Il racconto breve è un genere letterario, per l’appunto di forma breve, che va letto dall’inizio alla fine tutto d’un fiato. In questa definizione abbiamo anche la differenza sostanziale che c’è tra un racconto e un romanzo. Ciò che è importante dire all’inizio è che i racconti in Italia non si vendono quanto i romanzi e addirittura c’è una pulsione negativa dei lettori – non presente in altri paesi – verso questo genere letterario. Eppure la nostra tradizione novellistica affonda le radici fin dai tempi antichi; basti pensare al “Decameron” per poi fare un alto di secoli ed arrivare a Pirandello, Verga, Calvino…tanto per citare i più noti. E se proprio si vuole fare un salto all’estero Pensiamo a “Le mille e una notte” o anche a distanza ancora di secoli ad Allan Poe, Kafka, Gogol, Checov.
Paolo Repetti, colui a cui dobbiamo lo “stile libero” di Einaudi saggistica, in un’intervista fa presente che addirittura a volte non si metta la parola “racconti” né in copertina né altrove perché c’è una tendenza da parte dei librai a ordinare meno copie; secondo Repetti, il motivo sta nel fatto che in Italia i racconti vengono considerati un vezzo, a causa dell’assenza d’immersione tipica del romanzo: i racconti portano sul foglio un’emozione, non un personaggio, cioè, rappresentano un ambiente. Questo determina per il lettore un’assenza d’immedesimazione nei personaggi, cosa a cui noi invece tendiamo quando leggiamo. Ma molti racconti sono assai più immersivi dei romanzi che magari durano tanto, hanno un’ottima trama, ma alla fine non ti lasciano nessuna emozione nel cuore. Il racconto funziona esattamente all’opposto: dura poco, non ha trama, o per lo meno una trama appena accennata, ma ti lascia un enorme senso di piacere nell’anima. I racconti sono la forma letteraria che si avvicina di più a come siamo abituati a vivere la vita: un passaggio per volta, con emozioni sparse qua e là dietro gli angoli. È la forma più intima, più sincera e più spontanea.
“Ultima notte a Riccione” di Marco Canonico, per i tipi della Tevere Edizioni, non è solo un libro di racconti, ma è poesia pura, perché della poesia s’intride ogni parola, ogni silenzio, ogni pausa. Leggere queste brevi composizioni vuol dire respirare, assaporare gli spazi reali e intimi ch’egli con grande maestria affida alla pagina, “traslocando” emozioni e fatti dentro ognuno di noi, che non possiamo non coglierne la forza espressa anche con toni amari e melanconici.
Le ambientazioni sono spesso notturne, e la dolente poesia che i luoghi narrati ci trasmettono, sono rappresentazione di un viaggio nel mondo dei giovani, dentro e fuori loro stessi. Ma è quel “fuori” che riempie – o svuota – la loro vita, sempre alla ricerca di un qualcosa o di qualcuno, ma non necessariamente alla ricerca di sé. Una ricerca che spesso si racchiude in una sola breve domanda (“A che ora arriva?”, “Quanto manca?”, “Che cosa mi è rimasto?”) e che rappresenta un vuoto destinato a riempirsi di niente. I personaggi, sempre 2 max 3, chiusi in un dialogo/ non dialogo che non va oltre poche parole, quasi buttate là, danno l’idea di chi non sappia cosa fare, in attesa che magari una voce glielo suggerisca… e comunque sempre alla ricerca di un’identità. Esprimono un desiderio di fuga (“Le fughe sono quelle senza ritorno”) da un passato “che non si tocca ma deve essere ascoltato”. Ma è proprio da questo che intendono rifuggire pur restando in esso bloccati, ripensando, rivangando su quanto è stato o su quello che è stato.
Cercano di andare oltre ma… vivono sospesi. Ed in questa sospensione si rivelano inespressi, quasi evanescenti, impalpabili, ectoplasmi che vagano nelle notti di quei luoghi che vivono e che li abitano.
Luoghi che Marco dimostra di conoscere bene,di aver in essi vissuto e che tratteggia con poche essenziali pennellate; così la Milano notturna dei navigli con la sua nebbia, o quella della Ghisolfa raccontata da Giovanni Testori, la Bologna animata dagli universitari ( o presunti tali), le Rimini e Riccione autunnali con il mare grigio e le spiagge silenti. Quella Riccione l’ha cantata Dino Sarti “Viale Ceccarini Riccione”; più vicino a noi The Giornalisti con “Sotto il sole di Riccione” anche un film; e a proposito di cinema , la cittadina della riviera romagnola è stata ambientazione di film quali “L’ombrellone”(1965) “La ragazza con la valigia”(1961) “Estate violenta” (1959) “Mezzo destro mezzo sinistro – due calciatori senza pallone” (1985) “Azzurro profondo” (1993).
Immagini e scorci di città narrati che assumono anche una forte e innegabile valenza cinematografica: i racconti potrebbero essere ( anzi lo sono) tanti cortometraggi, o addirittura un primo abbozzo di sceneggiatura. Ci si immerge nelle storie; storie che ci lasciano un finale aperto, perché una vera fine non ci sarà mai. E le atmosfere che Marco Canonico rimanda con la sua scrittura scarna ed essenziale non possono non richiamare le visioni dei film di Visconti (“Rocco e i suoi fratelli” con le sue case di ringhiera), di Zurlini (“La prima notte di quiete”, che ritrae una riviera romagnola desolata e desolante), di Avati ( penso a “La casa dalle finestre che ridono” nel racconto “la casa dei venti”), a Fellini (ultima scena de “La dolce vita” o ancora al vagar notturno de “I vitelloni”) fino al tema dominante dell’incapacità di comunicare evocata da Antonioni con i silenzi/pause che pervadono i racconti, diversi da tutti gli altri silenzi.
Se c’è, come c’è, un fil rouge che attraversa il libro è quel continuo ricorso alle sostanze, a quelle bocche impastate di alcol e di fumo: uso che i protagonisti dei racconti fanno non solo perché incapaci di fare alcunchè, ma perché non sanno fare, o non possono fare altro (“Qualcosa che ti farà dimenticare quello che non vuoi ricordare”).
Fino ad annullarsi, a negarsi – o viene loro negata – la possibilità di una speranza e la capacità di sognare (“io non sogno più da un pezzo”).
Forse non è difficile ritrovare in questi racconti poetici Marco stesso che permea le varie vicende di un non celato malinconico pessimismo, una vita che sconta un passato amaro, faticoso proiettata nel presente che pare vivere con precarietà, quasi si trovasse a dover trattenere un qualcosa col timore che gli possa sfuggire; il tempo lo vive, lo percorre protendendosi verso un futuro che altro non è se non trovare alfine in questa incessante fuga che è di ognuno di noi, la strada giusta senza pensare che ci sia “un motivo per tornare indietro”.
Bruno Mohorovich
