C’è un’Umbria reale e ce n’è un’altra, filtrata dalla memoria, dal sogno e dalla libertà del colore. È in questo secondo territorio che si muove la pittura di Corrado Spaziani, artista profondamente legato a Terni e alla sua terra, capace di trasformare paesaggi, architetture e figure in immagini sospese tra realtà e fantasia.
Nato nel 1921 e scomparso nel 1986, Spaziani attraversò una stagione artistica intensa, passando da una figurazione più tradizionale a una progressiva semplificazione delle forme. Nel 1957 aderì al gruppo ternano “La Soffitta”; dieci anni più tardi espose a Parigi alla Galleria Vendôme, ottenendo attenzione anche in Francia, Svizzera e Germania. La critica ha spesso accostato il suo universo poetico a quello di Chagall, tanto da definirlo lo “Chagall italiano”, pur riconoscendogli una personalità autonoma e difficilmente classificabile.
Il dipinto riprodotto in foto restituisce bene alcuni caratteri del suo linguaggio: la città non è descritta con precisione fotografica, ma ricostruita attraverso volumi, cupole, facciate e ponti che diventano soprattutto ritmo e colore. Le prospettive sembrano piegarsi all’emozione, mentre i toni accesi e materici trasformano l’architettura in una scena quasi teatrale. È una veduta che non chiede semplicemente di essere riconosciuta: invita piuttosto a essere ricordata e immaginata.
Spaziani lavorò non soltanto sulla tela, ma anche con disegno, grafica, incisione e ceramica. I suoi paesaggi, spesso dedicati all’Umbria e alla Valnerina, mostrano quanto il rapporto con il territorio sia stato centrale nella sua ricerca.
A distanza di decenni, la sua opera conserva una forza particolare: racconta luoghi conosciuti liberandoli dalla cronaca e affidandoli alla memoria. È forse qui il segreto della pittura di Spaziani: rendere familiare ciò che appare fantastico e fantastico ciò che, fino a un momento prima, sembrava semplicemente familiare.
Fabrizio Ricci Feliziani
