Rikordami: produzione umbra dedicata alla Giornata della Memoria

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Il cartellone di “Umbria on Stage” prosegue il suo percorso di eventi dal vivo presentando “Rikordami”, una produzione tutta umbra interamente dedicata alla Giornata della Memoria (ricorrenza internazionale che si celebra il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto).

Tre gli appuntamenti in programma del progetto scritto da Antonio Fresa, con sul palco i due attori Cristina Caldani e Massimo Manini, e messo in scena in collaborazione con le rispettive amministrazioni comunali: sabato 23 gennaio a Spoleto (Teatro Caio Melisso, ore 17), giovedì 27 gennaio a Lugnano in Teverina (Teatro Spazio Fabbrica, ore 21.15) e lunedì 31 gennaio a Foligno (Auditorium San Domenico, ore 21.15).

Caratteristica del progetto “Umbria on stage”, infatti, è anche quella che prevede il coinvolgimento di una nutrita rappresentanza di figure professionali e artistiche umbre, con l’obiettivo di offrire un’opportunità occupazionale e di costituire un veicolo promozionale per un “prodotto” artistico targato Athanor Eventi ed interamente “Made in Umbria”.

Oltre allo spettacolo del collettivo umbro ‘La Ragione di Stato’ con ‘Diversi da loro’ (dopo l’esordio a Foligno e Cannara in cartellone ci sono ancora le repliche del 13 febbraio a Spoleto e il 19 febbraio a Lugnano in Teverina) c’è quindi ora in programma “Rikordami”.

La versione streaming dello spettacolo, disponibile sul canale Youtube Umbria On Stage, potrà essere anche un valido strumento didattico a disposizione degli Istituti scolastici che, non potendo partecipare al live, vogliano fare una riflessione su questo tema.

Rikordami

Lo spettacolo narra la storia di due fratelli, un uomo e una donna senza nome: lui introspettivo e contenuto negli atteggiamenti, lei più espansiva e con la gioia di vivere. Giocano, ricordando diversi momenti della loro vita passata: di svaghi quotidiani rubati all’infanzia e di un viaggio, di un ultimo viaggio fatto insieme ai propri genitori e a tantissima altra gente appartenente alla loro cultura: il popolo ebraico. Passano così dal clima sereno e protetto delle stanze della loro casa, ai paesaggi osservati attraverso i finestrini del treno, in cui il sole accendeva i colori e scaldava la tiepida aria vissuta in tante vacanze.

Man mano che il viaggio procede però, si restringono gli spazi attorno a loro; cambiano paesaggi e la luce si fa sempre più fioca. I buoni e profumati odori spariscono, per far spazio ad un putrido e fetido olezzo. Fino a quando gli umori corporei prevalgono su quelli dei campi, e i mugugni di sofferenza delle persone accanto, vengono interrotti da cani che ringhiano e da brutali comandi in lingua tedesca. È in questo momento, che il viaggio dei due fratelli, prende due strade diverse fino arrivare a far porre loro una domanda: “Quando l’ultimo dei nostri testimoni ebrei avrà cessato di vivere, chi si ricorderà di ricordare?”.

Una domanda che questo originale lavoro si pone, costituendosi “parte civile” di una vicenda drammatica, come la Shoah. Ed è originale, perchè non si limita a raccontare una delle tante “storie” capitate agli ebrei; ma perché, nel raccontare la vicenda di una famiglia, rende universale un che è appartenuto ad altre culture. Dai curdi agli armeni, dai rohingya così come ad altre civiltà, lo spettacolo intende mettere lo spettatore di fronte alla responsabilità di “farsi ponte” tra il passato e il presente della propria storia. Perché il dramma vissuto dal popolo ebraico, a differenza di qualsiasi altro popolo, dai rastrellamenti alle deportazioni, dai campi di concentramento allo sterminio, è cosa che riguarda tutti: e tocca ognuno non solo da vicino, ma soprattutto da lontano. La nostra storia, nella fattispecie, è infatti intrisa di così tanta cultura ebraica, che la trasuda; e non solo quella parte dalla quale ha avuto origine la nostra religione.

Dire quindi che “gli ebrei siamo noi”, non è un esercizio di stile o pura retorica da pronunciare solo il 27 gennaio di ogni anno allo scopo di lavarsi la coscienza: ognuno di noi è ebreo in quanto riflesso di ciò che gli ebrei non sono. Ma è solo nello specchiarci dentro la loro storia, che possiamo avere l’immagine più vera di noi e della cultura da cui proveniamo; quella più dura e fastidiosa da accettare e che spesso, per autocompiacimento è stata distorta per nascondere scomode verità. Un dovere morale quindi, quello di ricordare, che per rispetto dei popoli colpiti e dei nostri simili, ognuno dovrebbe necessariamente assolvere.

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