A Todi “Un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro”, una mostra a cura di Matilde Scaramellini esplora il rapporto tra materia, vulnerabilità e durata. Opening il 26 settembre in Piazza Garibaldi 7
A Todi, città di stratificazioni storiche, silenzi e memorie, la fragilità diventa materia e linguaggio dell’arte contemporanea. È questo il filo conduttore di “Un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro”, mostra a cura di Matilde Scaramellini, che inaugurerà sabato 26 settembre 2026, dalle ore 12 alle 19, negli spazi di Piazza Giuseppe Garibaldi 7.
Il titolo prende spunto dalla celebre immagine con cui Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi, descrive la condizione di Don Abbondio: un vaso di terracotta costretto a viaggiare accanto a molti vasi di ferro, metafora della fragilità dell’individuo di fronte alla forza, al potere e alla violenza.
La mostra propone però un rovesciamento di questa prospettiva. Il vaso di coccio non viene interpretato soltanto come simbolo di debolezza, ma come contenitore, memoria, gesto arcaico e forma primaria dell’abitare umano. Una materia che può rompersi, consumarsi e trasformarsi, ma proprio per questo è capace di conservare tracce, accogliere, assorbire e raccontare il tempo.
In un sistema dell’arte spesso caratterizzato da materiali industriali, forme assertive e narrazioni legate alla forza e all’affermazione, il progetto mette al centro materiali apparentemente vulnerabili: ceramica, terracotta, terra cruda, sale, resina e altre materie esposte alla trasformazione. Non vengono presentati come semplici alternative estetiche o decorative, ma come strumenti attraverso cui riflettere sulla fragilità contemporanea.
Le opere in mostra sembrano così abitare una condizione di permanente esposizione: possono rompersi, deteriorarsi, cambiare. È proprio questa vulnerabilità dichiarata a diventare una possibile forma di resistenza, silenziosa e lontana dalla retorica della potenza. Una resistenza fondata sulla cura, sull’attenzione e sulla capacità di attraversare il tempo senza necessariamente opporsi ad esso.
Il vaso diventa quindi una soglia: tra interno ed esterno, vuoto e pieno, fragilità e permanenza. Una metafora di una pratica artistica che non cerca di imporre una forma, ma di custodirla, accogliendo e assorbendo tensioni.
Lo spazio espositivo sarà concepito come una vera e propria costellazione di opere, nella quale artiste e artisti appartenenti a generazioni e percorsi differenti saranno messi in relazione attraverso prossimità, distanze, consonanze e attriti. Il dialogo tra linguaggi e materiali differenti contribuirà a costruire una riflessione sulla materia come luogo della memoria e della trasformazione.
A rendere particolarmente significativa la scelta di Todi è proprio la dimensione della città. Lontana dai grandi centri del sistema dell’arte, Todi può diventare il luogo in cui il cosiddetto “vaso di coccio” non occupa una posizione marginale, ma assume una centralità diversa: quella di una misura più intima, capace di restituire alla materia, al gesto e al tempo una presenza più evidente.
In mostra saranno presenti opere di Franko B, Bertozzi e Casoni, Margaux Bricler, Maurizio Cannavacciuolo, Bruno Ceccobelli, Gianluca Di Pasqual, Matteo Gatti, Julia Krahn, Elyla, Mara Palena e Gloria Tomasini.
“Un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro” si propone dunque come un invito a guardare la fragilità da una prospettiva differente: non come ciò che deve essere nascosto o superato, ma come una condizione capace di generare attenzione, memoria e resistenza. Una materia che, proprio perché può cambiare e persino scomparire, conserva il valore del gesto che l’ha generata.
La mostra è realizzata con il patrocinio del Comune di Todi.
Opening day: 26 settembre 2026, ore 12–19
Sede: Piazza Giuseppe Garibaldi 7, Todi (PG)
A cura di: Matilde Scaramellini
