Pompei, nuove indagini sulla villa “di Cicerone”: i segreti di uno scavo dimenticato

villa di cicerone

Le indagini geofisiche non invasive rivelano che i resti della villa, esplorata nel Settecento e poi reinterrata, sono più estesi di quanto ipotizzato. Un patrimonio archeologico da riscoprire per comprendere i metodi degli scavi borbonici.

È uno dei luoghi dimenticati della storia archeologica di Pompei, eppure dai suoi ambienti provengono affreschi e mosaici tra i più celebri del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La cosiddetta villa “di Cicerone”, la cui attribuzione al celebre oratore romano è priva di fondamento storico, torna oggi al centro dell’attenzione grazie a nuove indagini che promettono di ampliare le conoscenze su un complesso archeologico esplorato nel Settecento e poi nuovamente sepolto.

Le recenti ricerche, condotte attraverso tecnologie geofisiche non invasive, hanno infatti restituito un primo risultato significativo: i resti architettonici della villa sono molto più estesi di quanto si fosse ipotizzato in passato. Una scoperta che riapre interrogativi sulla consistenza dell’edificio, sulle modalità con cui venne esplorato e sulle tracce lasciate dai primi scavi borbonici nell’antica città romana.

Dalle esplorazioni borboniche alla visita di Winckelmann
La storia moderna della villa comincia nel 1748, negli anni delle prime esplorazioni sistematiche di Pompei promosse dalla corte borbonica. Gli scavi proseguirono, con diverse interruzioni, fino al 1779, portando alla luce decorazioni e reperti di straordinario valore artistico.

Tra i visitatori illustri che poterono ammirare gli ambienti della villa ci fu anche Johann Joachim Winckelmann, considerato il fondatore della moderna storia dell’arte antica. Nel 1764 lo studioso rimase particolarmente colpito dagli affreschi raffiguranti alcune danzatrici, descrivendole come figure «fluidi come un pensiero e belle come se fossero state realizzate per mano delle Grazie».

Le pitture e i mosaici recuperati durante gli scavi furono trasferiti nelle collezioni reali e oggi sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove testimoniano la raffinatezza delle decorazioni delle residenze pompeiane.

Dopo le esplorazioni settecentesche, tuttavia, la villa venne nuovamente interrata. A differenza di altri complessi archeologici riportati alla luce e successivamente indagati, il sito è rimasto per lungo tempo ai margini delle ricerche, fino a trasformarsi in una presenza quasi invisibile nel paesaggio del Parco Archeologico di Pompei.

Una collina verde che custodisce un patrimonio archeologico

Oggi, nell’area della villa non si riconoscono immediatamente i resti di un edificio antico. Il sito appare come una collina verde, coperta da frutteti e vigneti inseriti nel progetto di valorizzazione agricola del Parco, denominato “Azienda agricola Pompei”.

Sotto questa superficie si nasconde, però, una testimonianza preziosa non soltanto della vita in epoca romana, ma anche della storia della ricerca archeologica.

Gli scavi settecenteschi furono condotti attraverso un sistema di grandi fosse, trincee e gallerie, definite anche crateri. Un metodo che consentiva di raggiungere rapidamente gli ambienti e recuperare gli oggetti considerati più importanti, senza necessariamente procedere alla documentazione sistematica dell’intero complesso secondo i criteri oggi adottati.

Una volta prelevati gli affreschi, i mosaici e gli altri reperti ritenuti di particolare pregio, gli ambienti venivano spesso reinterrati. È proprio questa modalità di esplorazione ad aver contribuito all’oblio della villa.

Il sito conserva tuttavia una caratteristica importante: le operazioni di scavo furono documentate attraverso diari e planimetrie. Una documentazione che consente oggi di confrontare le testimonianze storiche con quanto rimasto nel sottosuolo.

«È l’unica possibilità che ci rimane di capire fino in fondo il metodo di scavo dei Borbone, confrontando la documentazione dell’epoca con quanto lasciato sul posto», ha spiegato Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei.

Il valore della villa, dunque, non si limita ai reperti che ha restituito. Il sito rappresenta una sorta di archivio materiale delle prime esplorazioni archeologiche, utile per ricostruire le modalità con cui venne progressivamente portata alla luce l’antica città.

Le indagini geofisiche rivelano resti più estesi

Un primo passo verso una conoscenza più approfondita della villa è stato compiuto grazie a un progetto di ricerca diretto da Ivo van der Graaff, dell’University of New Hampshire, e John Clarke, dell’University of Texas at Austin.

Il gruppo di ricerca ha realizzato una serie di indagini geofisiche non invasive, tecniche che permettono di rilevare strutture e anomalie nel sottosuolo senza procedere allo scavo archeologico.

Il primo rapporto preliminare, pubblicato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei, indica che i resti architettonici della villa esplorata nel Settecento sono notevolmente più estesi rispetto alle stime precedenti.

Il risultato apre nuove prospettive di studio: le tecnologie utilizzate consentono infatti di ampliare la conoscenza del complesso e di individuare possibili aree di interesse, senza intervenire immediatamente su un contesto archeologico particolarmente delicato.

La villa potrebbe così contribuire a chiarire non soltanto la propria articolazione architettonica, ma anche la storia delle operazioni che ne determinarono la riscoperta e il successivo reinterro.

Un tassello per comprendere la storia degli scavi di Pompei

L’importanza della ricerca va oltre il singolo edificio. Le tracce delle esplorazioni settecentesche sono presenti in molte aree di Pompei, ma spesso mancano documenti sufficientemente dettagliati per ricostruire con precisione le modalità e la cronologia degli interventi.

La villa “di Cicerone” costituisce un caso particolare proprio grazie alla disponibilità di diari e planimetrie che permettono di mettere in relazione le informazioni storiche con le evidenze ancora conservate nel terreno.

«Comprendere la villa di Cicerone significa risolvere un giallo che riguarda quasi tutta la città antica di Pompei», ha sottolineato Zuchtriegel, ricordando come le tracce delle prime esplorazioni siano diffuse nel sito archeologico, ma raramente accompagnate da testimonianze documentarie altrettanto utili.

Le nuove indagini rappresentano quindi un punto di partenza. Restano da valutare le possibili fasi successive della ricerca, tenendo conto della necessità di conciliare l’approfondimento scientifico con la tutela del patrimonio.

Come ha concluso il direttore del Parco Archeologico, c’è ancora molto da indagare e da comprendere. La sfida sarà individuare le modalità più adeguate per proseguire gli studi, preservando un contesto che conserva una doppia memoria: quella della città romana e quella delle prime grandi esplorazioni archeologiche moderne.

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